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Pena capitale in Usa, c'è vita nel braccio della morte

4' di lettura

La forte testimonianza di Jimmie Lee Horton che ha passato dieci anni nel braccio della morte in Georgia

La pena di morte attualmente negli Stati Uniti è in vigore in 31 Stati su 50. Negli ultimi anni è calato il numero delle esecuzioni così come il tasso di approvazione, ma la maggioranza degli americani resta a favore, nonostante i numeri dimostrino che la pena capitale non è un deterrente e che i fatti raccontino, ad esempio, di un suo uso spesso sconsiderato e disumano in un Paese dove è praticamente impossibile avere assistenza sanitaria gratuita o a costi accessibili per chi soffre di disagi mentali. Ma come si vive nel braccio della morte? Durante la mia ultima trasferta in Georgia ho provato a capirlo parlando con una persona che quell'incubo lo ha vissuto ed è riuscito ad uscirne. Non è stato facile trovare Jimmie Lee Horton. La trattativa con il Southern Center for Human Rights di Atlanta è stata lunga. Alla fine dopo giorni è arrivato il sì che aspettavo con una postilla nella mail che mi ha colpito: “Perfavore, lo tratti bene, è un uomo dolce e ha sofferto molto”. Non proprio il tipo di commenti che ti aspetti su un ex condannato a morte. Jimmie Lee Horton nel 1980 uccise Don Thompson il procuratore distrettuale di una piccola contea della Georgia quando venne sorpreso con il suo complice Pless Brown durante una rapina. Brown venne condannato all’ergastolo, Horton invece fu giudicato da una diversa giuria composta da soli bianchi e si beccò la sedia elettrica. Jimmie Lee ha passato 10 anni nel braccio della morte prima che la sua pena venisse commutata in ergastolo. Nel 2011 gli è stata concessa la libertà condizionale e da allora vive in una piccola villetta a 20km da Atlanta con sua moglie Amy conosciuta quando era ancora in prigione.

«Dopo 10 anni nel braccio della morte, non riuscivo ad abituarmi a condividere la cella, così me ne diedero una singola con il telefono – spiega Jimmie Lee-. Un giorno sento un ragazzo appena arrivato chiamarmi ‘Pa’ e anche se ero molto rispettato in generale da tutti gli altri detenuti, nessuno li dentro mi aveva mai chiamato così. Il ragazzo mi chiese se potevo aiutarlo chiamando la madre e chiedendole di inviare per lui dei soldi allo spaccio della prigione. Quella prima telefonata durò 15 minuti, quella del giorno dopo 20, e quella del giorno dopo ancora mezz’ora. Fino a quando abbiamo scoperto poco a poco di provare dei sentimenti l’uno per l’altra e alla fine dopo alcuni anni abbiamo deciso di sposarci e lo abbiamo fatto in prigione» Mi racconta Jimmie Lee mostrandomi con fierezza le foto delle nozze a cui oltre agli sposi erano presenti il figlio di Amy, un paio di compagni di prigionia e il cappellano del carcere, il tutto con sullo sfondo un grande poster di un tramonto ai tropici e con jimmie lee vestito con la sua divisa da carcerato bianca con i bordi blu. Di tutto questo mi racconta fuori dalle telecamere, ai margini dell’intervista che trovate nel video in questa pagina in cui, invece, affrontiamo insieme la durezza della vita nel braccio della morte, una vita in cui passi il tempo a pensare al giorno della tua esecuzione, una vita in cui sei convinto di non avere più altre occasioni. Jimmie Lee, invece, un’altra occasione l’ha avuta e in ogni sua parola percepisce la gratitudine: «quando ci siamo sposati ancora non sapevo se sarei mai uscito. Non ero più un condannato a morte, ma la mia sentenza era comunque l’ergastolo eppure volevo che lei diventasse mia moglie, perché Amy mi aveva ridato una cosa preziosa che pensavo di aver perso per sempre: la speranza».

 

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