Il "non caso" Khashoggi

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Vicino Oriente

All'indomani della scomparsa del giornalista saudita Jamal Khashoggi si aprono scenari sul futuro della Monarchia e del Medio Oriente

Oggi possiamo dire di sapere quasi tutto del caso Jamal Khashoggi, il giornalista saudita “scomparso” nel suo consolato a Istanbul . Manca solo la versione ufficiale, ma sappiamo anche che – se mai verrà fornita – sarà una versione di comodo. Le ricostruzioni giornalistiche, fornite soprattutto dal Washington Post, quotidiano per cui il giornalista collaborava da quando si era autoesiliato negli Usa, sono atroci, dettagliate e credibili. Ci sono le immagini dei sospetti autori dell’omicidio, sappiamo il luogo in cui è avvenuto – il consolato saudita a Istanbul, sappiamo perfino le motivazioni. Khashoggi era una spina nel fianco del Regno, con le sue feroci critiche all’erede al trono Mohamed bin Salman, per il suo l’intervento in Yemen e per l’agenda “2030”.

Possiamo dire anche con una certa sicurezza che cosa succederà nel prossimo futuro. Praticamente niente.

Perché è vero che Donald Trump ha chiesto chiarezza e si è detto preoccupato, che l’Unione Europa ha invocato la verità e che la Turchia ha denunciato il grave episodio avvenuto sul suo territorio. Ma è altrettanto vero che l’Occidente è legato a doppio filo alla monarchia dei Saud. Riyadh vende petrolio, Washington lo compra e fornisce armi all’esercito più potente – e meno impegnato – del Medio Oriente. Uno scambio che lega indissolubilmente l’Arabia Saudita all’America. L’Europa non può fare a meno dei fondi sovrani e degli investimenti sauditi.

Resta da capire fino a che punto la Turchia è disposta a fare la guerra diplomatica all’Arabia Saudita, Paese con cui è sempre più in contrasto per la guerra in Siria, dove Ankara si è schierata a fianco di Mosca e Teheran, in contrapposizione a Washington e Riyadh. Ma certamente non può spingersi fino al punto di aprire una crisi.

L’unica domanda, semmai, è che segnale vanga da una simile prova di forza da parte dei Saud. Un atto che sconfina nell’arroganza ma che, secondo diversi osservatori, è rivelatore di nervosismo e fragilità da parte del Regno, che vede sgretolarsi la sua area di influenza. Persa la partita in Siria, in difficoltà in Yemen, Riyadh mostra il suo volto più feroce. Almeno a quanti non lo hanno voluto vedere finora.

In definitiva questo “non caso” ha portato almeno un po’ di chiarezza. E magari smetteremo di definire l’Arabia Saudita un “paese arabo moderato”.

 

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