Sud Sudan, condannati 10 soldati per stupro cooperatrice italiana

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Dieci i militari condannati per aver violentato cinque operatrici umanitarie, tra cui Sabrina Prioli, e ucciso un giornalista locale durante gli scontri del luglio 2016 a Juba. Il tribunale militare ha inflitto due ergastoli e pene fino ai 14 anni

Dieci soldati sono stati condannati da un tribunale militare in Sud Sudan per aver stuprato cinque cooperanti - una italiana e altre quattro colleghe straniere - e per l’omicidio di un giornalista locale. Le violenze sarebbero avvenute durante gli scontri registrati nella capitale Juba nel luglio 2016.

Due ergastoli e pene dai 7 ai 14 anni

"Il tribunale militare ha riconosciuto le responsabilità dirette degli accusati nel commettere questi crimini", ha detto il giudice Knight Baryano Almas, specificando che le accuse riguardano stupro, omicidio, saccheggi e devastazione. A processo erano in undici: due militari sono stati condannati all'ergastolo, altri otto a pene dai 7 ai 14 anni di carcere, un altro soldato è stato rilasciato per mancanza di prove. I militari sono inoltre stati condannati a pagare degli indennizzi che le vittime hanno definito “ridicoli”: 4mila dollari a testa e alcune capre come risarcimento alla famiglia del giornalista ucciso.

I giorni degli scontri

La testimone chiave al processo è un'italiana, Sabrina Prioli, una operatrice umanitaria 44enne. La donna fu malmenata e violentata insieme a tutte le altre donne presenti nel Terrain Hotel, l'albergo fortificato che ospitava una cinquantina di dipendenti di organizzazioni umanitarie straniere. Durante i violenti scontri scoppiati dopo la rottura dell'accordo tra la fazione del presidente del Sud Sudan, Salva Kiir, e quella del suo ex vice, Riek Machar, i militari governativi fecero irruzione nel compound. Prioli è stata l'unica a trovare il coraggio di tornare a Juba per testimoniare contro i soldati governativi, riconoscerli e dare il via al processo.

La testimone: “Una vittoria”

“È un buon motivo per cominciare a stare meglio", ha raccontato la donna, contattata dall'Agi. "Questo processo rappresenta un precedente per tutte le donne che non hanno voce e non possono battersi per i loro diritti: la sentenza riconosce lo stupro come crimine di guerra e in Sud Sudan si consumano continuamente violenze, ma nessuna donna ovviamente denuncia”. Sabrina Prioli ha detto che questa vittoria ripaga “tutti gli anni in cui non ho potuto lavorare e probabilmente il fatto che non potrò più lavorare”, oltre alle sofferenze fisiche e psicologiche “ancora vivide”. “Sono contenta però che non ci siano state condanne a morte", ha aggiunto.

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