Armi: giochi per bambini americani/Parte 1

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In questi giorni, le istruzioni per fabbricare una pistola con una stampante 3d hanno rischiato di finire on line. Un'ulteriore dimostrazione di quanto gli Stati Uniti non riescano ancora oggi a regolamentare adeguatamente le armi 

In questi giorni in cui si dibatte negli Stati Uniti sull’opportunità di mettere online le istruzioni per produrre una pistola con un stampante 3d, capace di uccidere, ma completamente irrintracciabile in quanto senza numero di serie e invisibile ai metal detector, il mio pensiero corre ad uno dei primi reportage che ho fatto arrivando qui come corrispondente, in Ohio durante la Convention repubblicana del luglio del 2016. Il servizio (che ritrovate in calce a questa “lettera”) trattava delle lobby dietro alla campagna elettorale di Donald Trump tra cui, ovviamente, quella delle armi, la potente National Rifle Association. Per capirne di più andammo anche a visitare un’armeria poco fuori Cleveland dato che l’Ohio è un open carry State, uno di quelli Stati dove si può girare liberalmente armati. Quello che mi colpì di più in quel negozio, circondata da munizioni, pistole e fucili d’assalto, furono le armi per bambini. Come ci ha spiegò il proprietario dell’armeria, infatti, negli Stati Uniti per quanto riguarda la vendita non si possono bere alcolici se non si hanno 21 anni, ma a 18 anni si può già comprare un arsenale e non ci sono limiti di età per l’utilizzo. Un comparto molto fiorente è proprio quello delle armi per bambini, letali come quelle degli adulti, ma fatte in colori più sgargianti, più maneggevoli e senza rinculo per evitare che il contraccolpo quando si spara non faccia cadere il piccolo tiratore e con il silenziatore per non danneggiare l’udito sensibile dei bambini. Quella fu la prima delle molte volte in questi due anni in cui mi sono dovuta occupare del peso che le armi hanno nella cultura americana e soprattutto della scia di sangue che si lasciano dietro.

Secondo una ricerca dell’ospedale pediatrico di Filadelfia, le armi in circolazione negli stati uniti sono quasi 400 milioni, una famiglia su due ne possiede una e si stima che almeno 1milione e 700 mila minori vivono con armi incustodite e cariche dentro casa. Solo nel 2015 sono stati 2824 i bambini tra gli 0 e i 19 anni uccisi da un colpo di arma da fuoco e quasi 14mila sono stati i feriti. La media è la più alta dei paesi occidentali con 11mila americani che muoiono ogni anno per colpa di una pallottola e praticamente una sparatoria al giorno in un luogo pubblico, dalle scuole ai centri commerciali, dagli ospedali ai bar. Leggendo questi numeri noi europei, ancor di più chi è nato dopo il crollo del muro di Berlino, ci domandiamo attoniti come sia possibile che uno dei paesi più avanzati al mondo non sia ancora riuscito a fare la semplice correlazione: libero accesso alle armi = più vittime. Ma girando l’America si scopre che l’equazione qui non è così immediata.

Quando mi trovavo a Parkland, in Florida, per coprire la strage nel liceo dove lo scorso 14 febbraio sono rimaste uccise 17 persone, il 60% dei ragazzi che ho intervistato si è immediatamente schierato contro la mancanza di regolamentazione. La loro sofferenza e la loro indignazione sono scaturite nel movimento che ha portato alla marcia per le nostre vite che ha radunato a Washington a fine marzo quasi due milioni di persone. Ma il restante 40%, pur avendo visto morire accanto a sé i compagni di banco, gli insegnanti, gli amici di tutta un’adolescenza caduti sotto i colpi delle raffiche del fucile d’assalto del diciannovenne Nicholas Cruz, ha continuato a sostenere che tutto quel sangue non era frutto della mancanza di controllo sulle armi, ma dei disagi mentali del killer. “Le nostre famiglie hanno delle armi e non le hanno mai usate per uccidere degli innocenti. Bisognerebbe, invece, riaprire i manicomi” dichiarò ai nostri microfoni una coppia di ragazzini che a stento tratteneva le lacrime davanti alla croce bianca issata nel parco principale di Parkland in ricordo di un loro amico rimasto vittima della furia omicida di Cruz. Ecco perché, nonostante la commozione planetaria e l’ondata di solidarietà a livello nazionale con quanti chiedevano che quella in Florida fosse l’ultima strage in una scuola in America, poco o niente è stato fatto per rafforzare la normativa. Non si è riusciti a trovare l’accordo politico neanche per portare almeno a 21 anni il limite di età per l’acquisto di un’arma.

D’altronde, neanche Barack Obama, che si è trovato durante la sua presidenza a gestire lo shock per massacri come quello della scuola elementare di Sandy Hook in cui nel 2012 persero la vita 27 persone tra cui 20 bambini, riuscì a fare molto per mettere un freno a questa insensata continua carneficina e a smorzare le sue iniziative per una maggiore regolamentazione non fu soltanto il Congresso, stretto nella morsa dei lauti finanziamenti elargiti dall’NRA, ma anche un’opinione pubblica nazionale che sul tema resta divisa, ancorata culturalmente al secondo emendamento della costituzione: “Essendo necessaria, alla sicurezza di uno Stato libero, una milizia ben regolamentata, il diritto dei cittadini di detenere e portare armi non potrà essere infranto”. Parole scritte a mano dai Padri fondatori nel 1791, quando gli insguimenti a cavallo tra Indiani e Cowboy non erano un gioco per bambini, ma la realtà circostante. 

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