Migrazione e sfruttamento: al mondo 40 milioni di persone in schiavitù

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Lavorano in cambio di niente; vengono sfruttati sessualmente, come forza lavoro, come manodopera per la criminalità o per i loro organi. Il 10% degli schiavi è un "migrante". Una nuova schiavitù, presente in Asia, negli Stati Uniti e anche in Europa

Dall'Africa, certo. Poi dall'Asia. E spesso anche dall'Europa orientale, quella ancora al di là dei confini dell'Unione europea. Le rotte sono tante, che si attraversi mare o terra non fa differenza. Loro possono scappare dalle bombe, dalla violenza, dalla carestia o dalla siccità. O essere attirati con la promessa di opportunità, ricchezza, libertà. I motivi, le cause, possono - e sono - diverse. Ma il fenomeno è uno solo.

65 milioni di migranti

"Le ultime stime dicono che ci sono almeno 65 milioni di persone in movimento, forzato o volontario. E tutte queste persone sono vulnerabili, e sono una commodity che gruppi criminali possono utilizzare. Perché è chiaro che c'è una connessione tra la necessità o volontà di migrare, e la riduzione in schiavitù. Se andiamo in posti come il Sud Italia o la Grecia, lì i migranti finiscono per essere sfruttati. Lo stesso nel Nord della Francia, o qui nel Regno Unito". Kevin Hyland lo sa meglio di chiunque altro. Commissario Anti Schiavitù del Regno Unito fino a pochi mesi fa, ha una visione di insieme di un sistema che preoccupa sempre di più. Secondo il Professore Kevin Bales, uno dei maggiori esperti mondiali in materia, il 10% degli schiavi è un "migrante", una percentuale che però nei paesi industrializzati e in Medio Oriente arriva al 75%. "Se guardiamo il problema da un punto di vista globale, si stima che oggi nel mondo ci siano più di 40 milioni di persone ridotte in schiavitù ‘moderna’", prosegue Hyland. Un numero impressionante, soprattutto se paragonato al passato: "Durante il periodo del commercio transatlantico degli schiavi, circa 200 anni di storia orribile, c'erano tra 10 e 12 milioni di persone ridotte in schiavitù".

Nuova schiavitù

Questa nuova schiavitù è presente in tutto il mondo, dall'Asia agli Stati Uniti passando per l'Europa, oggi in prima fila per la gestione di una situazione che in altri posti viene taciuta, non affrontata, o semplicemente sfruttata. Una realtà oggi più numerosa, e addirittura più a rischio. Perché se nel 1850 uno schiavo era un bene prezioso, per un valore che oggi sarebbe tra i 20mila e i 40mila dollari, ora la sua vita vale, in media, 90 dollari. Una cifra che può ridursi a 10 dollari: meno di un pacchetto di sigarette nel Regno Unito. Le immagini in arrivo dalla Libia, con un vero e proprio mercato degli schiavi, hanno colpito ma non stupito chi conosce il fenomeno. Una realtà che l'opinione pubblica, ma spesso anche la classe politica, ancora fa fatica a riconoscere nelle sue dimensioni e gravità. "Lavorano in cambio di niente; vengono sfruttati sessualmente, o come forza lavoro, o come manodopera per la criminalità, o per i loro organi. La loro libertà, i loro diritti, le loro scelte, vengono portate via, e loro diventano un mezzo per fare soldi". Schiavi moderni, scandisce Hyland, possono essere le donne di servizio nelle residenze più facoltose; i ragazzi che vi lavano la macchina e quelli che vi dipingono casa; chi raccoglie pomodori nei campi e chi vi fa la manicure: "Il filo rosso è che si tratta sempre di lavori poco specializzati e poco pagati".

Giro d'affari miliardario

Così nel Regno Unito, dove nell'ultimo anno ci sono stati 13mila casi acclarati ma se ne temono decine di migliaia; così ovunque - anche in Italia: "da quello che ho saputo quando sono stato lì credo sia confermato che in Italia ci siano molti casi di schiavitù moderna e traffico di esseri umani - ci racconta ancora l'ex Commissario - c'era una ragazza, una giovane donna, che era stata portata in Italia dal Regno Unito da una banda di albanesi, per essere sfruttata sessualmente. Ci sono anche molti casi di lavoro forzato, schiavitù domestica, e appunto sfruttamento sessuale. Nello specifico l'Italia ha una percentuale alta di persone trafficate, rispetto alle altre nazioni del G7. Ma ha anche un altissimo numero di arrivi, di persone che magari nel corso del cammino sono rimaste vittime del traffico". Un giro d'affari miliardario, con la schiavitù diventata parte integrante di alcune realtà produttive: "È un modello di business che i criminali hanno scelto. Le ragioni per cui lo hanno scelto è che ci sono poche denunce, di fatto una sorta di impunità, e se sei un criminale scegli "l'industria" meno rischiosa. La stima comune è che a livello globale i trafficanti di schiavi guadagnino 150 miliardi di dollari all'anno. Dobbiamo fare in modo di rimuovere quella impunità, in modo che diventi estremamente rischioso e non dia alcun profitto".

Colpire il profitto

Un profitto che al contrario oggi è, di fatto, garantito. Per colpirlo, per colpire i trafficanti, bisogna lavorare ad ogni stadio: "quando le persone arrivano in Sud Italia, o in qualsiasi altro punto d'Europa, è troppo tardi. Vuol dire rispondere a uno sfruttamento dopo che è avvenuto. È un crimine molto serio. Priva le persone della loro vita. Dobbiamo andare dove tutto inizia, e fermarlo". Ma la ricetta, per questo, ancora non c'è. Perché le radici sono le più differenti. E solo adesso si inizia a vedere, a capire, le dimensioni del frutto. Un frutto avvelenato.

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