Per raccontare Saint-Just e la Rivoluzione francese si può partire anche da una prostituta

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Filippo Maria Battaglia

IL LIBRO DELLA SETTIMANA Stenio Solinas firma un ritratto di uno dei principali artefici del Terrore. E nel farlo racconta le contraddizioni di un’intera epoca, attingendo anche a una notevole dose di aneddoti

Ci sono molti modi per parlare di un’epoca, uno dei più seduttivi è appigliarsi alle vesti dei suoi protagonisti. Deve pensarla così anche Stenio Solinas, tornato in libreria con un saggio intitolato “Saint-Just. La vertigine della Rivoluzione” (Neri Pozza, pp. 174, euro 18), ed è forse pleonastico aggiungere che per rivoluzione qui si intende quella francese.

Per avere una breve descrizione di chi fosse Saint-Just, basterebbe soffermarsi sul risvolto del libro: entrato in politica a vent’anni, ghigliottinato che ne aveva ventisette, libertino nel 1789 e teorico della virtù nel 1793, uomo di cuore e uomo di sistema, è stato il più contraddittorio dei rivoluzionari, una sorta di Giano odiato ma mai disprezzato, ammirato ma mai amato.

Ma il libro, per forturna, non si ferma qui. Più che una biografia, Solinas traccia un ritratto di Saint-Just; per farlo, parte da un gruppo di famiglia di un interno a dire il vero assai contraddittorio e affollato: quello rivoluzionario. Ne marca così le contraddizioni e le eccentricità, offrendo al lettore una fitta fila di informazioni, di aneddoti e anche di giudizi trancianti sui suoi protagonisti.

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Così, per esempio, per spiegare la differenza tra Robespierre e Saint-Just, anziché attingere alla solita vena didascalica, sceglie di indugiare sul dettaglio, ricordando come il primo non abbia mai visto il mare, né una foresta né un campo di battaglia, mentre l’altro, più giovane di dieci anni, abbia più uso di mondo, oltre a un ruolo di rappresentante in missione presso le armate che aggiunge l’eleganza militare a quella civile.

E ancora: per raccontare la Parigi di fine Settecento solcata da Saint-Just e le incredibili cecità della Rivoluzione, ricorda come non lontano dal primo domicilio di Saint-Just eserciti una prostituta, “Eglé”, che durante la Rivoluzione avrà il suo quarto d’ora di celebrità in quanto accusata di “rapporti cospiratori” con la regina.

“Che Eglé fosse monarchica  - scrive - è un dato storicamente accertato: lo era in quel modo istintivo in cui il popolo illetterato sapeva identificarsi con la Corona più di quanto non facessero gli aristocratici colti che l’avrebbero dovuta rappresentare e difendere”. Eppure, osserva, “l’idea di far parte di un complotto realista le sembrò però una buffonata”, tanto da farle escalamare: “Che io sia stata complice della persona che voi chiamate vedova Capeto e che per me era la regina, io che mi guadagnavo la vita sugli angoli di strada e non avrei mai potuto diventare la più umile delle serve nelle cucine reali, questo è davvero degno di quella massa di imbroglioni e di imbecilli che siete”.

 

Eglé finirà ghigliottinata tre mesi dopo la regina.  Intanto, Solinas con un aneddoto ci ha raccontato molte cose sulla Francia di Saint-Just,  tutte minori e per così dire laterali. E’ solo un esempio, ma se ne potrebbero fare molti: la narrazione scivola così per poco meno di duecento pagine ed è talmente inattuale da risultare seducente e, alla fine, assai contemporanea.

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