Le “Mattinate napoletane” passate con Di Giacomo ci ricordano cosa conta nella letteratura

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Filippo Maria Battaglia

IL LIBRO DELLA SETTIMANA Torna in libreria una raccolta di novelle del poeta e scrittore campano che gli rende giustizia molto di più della definizione di “verista sentimentale” affibbiatogli a suo tempo dalla critica

Uno scrittore tutto orecchio e sguardo, la cui individualità sfugge innanzitutto a lui stesso. Così Elena Croce descriveva Salvatore Di Giacomo presentando quasi mezzo secolo fa l’edizione dei Meridiani Mondadori che ne raccoglieva le poesie e le prose, e quella definizione, riletta oggi, sembra attagliarsi benissimo a un talento puro e irregolare come il suo.

Scrittore, poeta, giornalista, Di Giacomo -  tra la seconda metà dell’Ottocento e il primo scorcio del Novecento - è stata la voce di Napoli grazie a un paradosso solo apparente: se è vero che il suo italiano è sempre nitido e teso, è altrettanto certo che il tono di quella voce resta sempre, inconfondibilmente, napoletano. Una contraddizione spiegabile in realtà grazie a una scrittura ricca di descrizioni minute e sensibilissime, figlie della curiosità e dell'occhio vigile del cronista ma incoraggiate dalla levità e della grazia del poeta e del narratore. 

Le "Mattinate napoletane"

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Accade così anche nelle “Mattinate napoletane”, che a quasi un secolo e mezzo di distanza dalla sua prima edizione l’editore Polidoro ha ora riportato in libreria con la prefazione di Marco Perrillo (pp. 124, euro 12). 

Quindici novelle da cui si può pescare a scelta per avere antiche conferme.

Dal racconto “Serafina”, per esempio, dove fa capolino il guardaporta dello spedale dei Pellegrini, “un burbero, il quale, quando in certi giorni ha infilato il soprabito che gli batte alle calcagna, tutto stinto e sparso di macchie d’olio, quando ha caricato la testa d’una tuba mostruosa, crede di essere il guardaporta di Palazzo Reale”. 

 

È  una descrizione breve e vivissima che rende giustizia a Di Giacomo molto di più della definizione del “verista sentimentale” affibbiatogli a suo tempo dalla critica. Ricordandoci così che la buona letteratura non si poggia solo sull'uso sapiente dei dettagli; si basa piuttosto sul suono e la musica che questi ultimi fanno sulla pagina scritta.

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