Orwell ci ricorda quanto comunichiamo male (e ci spiega che è colpa della nostra pigrizia)

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Filippo Maria Battaglia

IL LIBRO DELLA SETTIMANA Le edizioni e/o portano in libreria  un’antologia di scritti in cui il grande intellettuale affronta anche gli inganni e gli abusi del linguaggio con la solita (e proverbiale) chiarezza

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Scrivere che la nostra lingua, oggi, sia piuttosto messa male è un’affermazione generalmente condivisa: nessuno può sostenere il contrario, ed è proprio questa condivisione generale che rischia di trasformare un’amara constatazione in una sterile dichiarazione di principio. Il punto dunque è un altro: provare a superare la solita vischiosità del luogo comune e indagarne le radici.

È quello che ci ricorda ancora oggi George Orwell, in un breve testo intitolato “Politica  e lingua inglese” e ripescato dall’oblio dalle edizioni e/o nella collana diretta da Goffredo Fofi (il titolo del libro è “Sparando all’elefante e altri scritti”, la curatela è di Stefano Guerriero, le pagine sono 116 e il prezzo è di 8 euro).

 

I due difetti: la mancanza di originalità e la mancanza di precisione

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Una precisazione: Orwell qui parla dell’inglese utilizzato più di settant’anni fa, ma sono considerazioni che si attagliano benissimo anche per il nostro italiano di oggi. Per evitare di cadere nel solito stereotipo lessicale dei bei tempi andati, decide così di riportare cinque esempi di testi scritti da professori, lettori, militanti e giornalisti per capire davvero come siamo messi male. E individua così due difetti su tutti: la mancanza di originalità e la mancanza di precisione.

“Chi scrive - nota Orwell - ha in testa un significato e non riesce a esprimerlo oppure dice inavvertitamente qualcos’altro, o ancora gli è quasi indifferente se le sue parole abbiano un significato o meno”.

La pertinenza e l'aderenza alla realtà

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È  una considerazione brillante, d'accordo, ma è solo una premessa. Di qui in avanti Orwell elenca tutti i difetti e i rischi della lingua del suo tempo: le metafore moribonde (e cioè tutte quelle che hanno perso il loro potere evocativo e che, dice Orwell, vengono usate solo perché tolgono la gente dal disagio di inventare nuove espressioni); le dizioni pretenziose (ovvero le parole usate per abbellire semplici affermazioni, e qui Orwell cita “fenomeno”, ma uno oggi da noi potrebbe pensare a “problematiche”, “tematiche” etc); e infine le parole prive di significato (oggi come oggi, scrive più di settant'anni fa, la parola fascismo non ha alcun significato se non qualcosa di non desiderabile, e anche su questo - aggiungiamo noi - c’è da riflettere).

Basta questo per intuire come quella di Orwell sia  un’analisi lucida e rutilante, che si apprezza per due caratteristiche su tutte: la pertinenza e l’aderenza alla realtà. È  per questo che leggerla oggi ha qualcosa di commovente ed entusiasmante insieme: perché ci conferma che un riscatto della lingua è possibile e perché ricorda i danni infiniti della nostra pigrizia e del nostro conformismo quotidiano.

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