Vinitaly 2026, Firriato porta Dante e l’AI: lo stand diventa una galleria d’arte

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Paolo Nizza

Paolo Nizza

Per la prima volta nella storia del Vinitaly, uno stand diventa una galleria d'arte contemporanea. Merito di Firriato, cantina siciliana che ha portato a Verona "Artificial Hell", il pionieristico progetto dell'artista Riccardo Boccuzzi che reinterpreta l'Inferno di Dante attraverso l'intelligenza artificiale. Un incontro tra tradizione millenaria e tecnologia d'avanguardia, tra il profumo del vino e le visioni gotiche dell'Inferno dantesco, che segna una svolta nel concetto stesso di fiera del vin

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Firriato al Vinitaly 2026: quando il vino incontra Dante e l’intelligenza artificiale

Al Vinitaly il vino è protagonista assoluto, com'è giusto che sia: nuove etichette, nuovi uvaggi, nuove annate da far scoprire agli appassionati di tutto il mondo.. E poi c'è Firriato, cantina siciliana con quasi mezzo secolo di storia, che quest'anno ha scelto di portare a Verona qualcosa di completamente diverso: l'Inferno. Non metaforicamente — benché di un'altra fiera del settore, con i suoi ritmi serrati e la sua folla di buyer e sommelier, qualcuno potrebbe dire proprio questo — ma l'Inferno di Dante Alighieri, reinterpretato attraverso l'intelligenza artificiale in un progetto pionieristico che ha già fatto il giro del mondo.

Uno stand che diventa galleria: nasce la Firriato Art Gallery

La Firriato Art Gallery è nata così, in quello che era uno stand fieristico e che si è trasformato, per quattro giorni nel padiglione Sicilia di Veronafiere, in uno spazio espositivo vero e proprio. Sulle pareti, al posto delle solite grafiche promozionali, le opere di "Artificial Hell – L'Inferno di Dante visto dall'Intelligenza Artificiale" di Riccardo Boccuzzi: immagini gotiche e visionarie, volti evanescenti, paesaggi surreali generati dal dialogo tra la sensibilità umana dell'artista e l'algoritmo. Un esperimento culturale che ha stupito i visitatori della fiera, molti dei quali si sono ritrovati a contemplare Paolo e Francesca abbracciati nella tempesta infernale, o gli ipocriti avvolti nei loro mantelli d'oro, mentre reggevano in mano un calice di Nerello Mascalese.

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Culture & Wine: la strategia di Firriato tra tradizione e innovazione

Dietro la Firriato Art Gallery c'è un cambio di passo preciso e meditato, quello che Irene Di Gaetano — figlia del fondatore Salvatore Di Gaetano e oggi presidente dell'azienda — sintetizza nel concept "Culture & Wine": la cultura del vino che incontra, si fonde e dialoga con la cultura tout court. Arte figurativa, moda, musica, cinema: Firriato ha deciso di allargare il proprio orizzonte, di smettere di essere soltanto una cantina — seppur eccellente — e di diventare qualcosa di più. Un soggetto culturale, nella migliore tradizione dei mecenati del Rinascimento italiano.

"È stato un processo", racconta Irene Di Gaetano. "Le illuminazioni vengono nel tempo, sono frutto di un percorso. Siamo sempre stati focalizzati sulla sicilianità, sulla cultura del vino, delle tradizioni, del territorio. E abbiamo detto: non siamo soltanto siciliani, siamo italiani. Quindi è corretto ampliare la nostra attenzione alla cultura in tutte le sue forme." La scelta della mostra di Boccuzzi è caduta naturalmente: Dante è il simbolo della cultura italiana nel mondo, universalmente riconoscibile, e "Artificial Hell" era già stata consacrata da palcoscenici di prestigio — dal MAXXI di Roma, dove aveva registrato oltre 10.000 visitatori in poco più di un mese, al World Artificial Intelligence Festival di Cannes. E poi c'era lo strumento con cui era stata creata, l'intelligenza artificiale: in linea perfetta con l'idea di fondere passato, presente e futuro.

Firriato produce vini su 490 ettari di vigneto biologico certificato, tre terroir iconici della Sicilia — l'Agro Trapanese, l'isola di Favignana e le pendici dell'Etna — con ceppi antichissimi, alcuni addirittura prefillossera con oltre 150 anni di vita attestati dall'Università di Palermo. E porta tutto questo in dialogo con la tecnologia più avanzata del momento, attraverso un'opera che reinterpreta il poema medievale più celebrato al mondo. È un cortocircuito temporale affascinante, e funziona. "Tradizione e rivoluzione", sintetizza Irene con una formula che sembra scritta apposta per un brindisi.

Artificial Hell: l’Inferno di Dante reinterpretato con l’AI

Riccardo Boccuzzi è un tipo diretto, che non si nasconde dietro il linguaggio criptico di certi ambienti dell'arte contemporanea. Quando racconta come è nato "Artificial Hell", usa parole come "codice pantone", "aspect ratio", "consistency", con la precisione di chi conosce a fondo gli strumenti che usa. E la storia di questo progetto è, in effetti, anche una storia di artigianato digitale estremo.

Era il 2022, l'AI generativa era appena uscita al grande pubblico — Midjourney era agli albori, non esisteva ancora il concetto di "prompt engineering". Boccuzzi si è trovato a lavorare con uno strumento che cambiava continuamente stile da una generazione all'altra, senza meccanismi di ancoraggio visivo. Ha dovuto inventarsi un linguaggio proprio: codici pantone per i colori, codici di aspect ratio per le proporzioni, termini mutuati dal rendering 3D per posizionare gli elementi nello spazio. "Se volevi quel rosso era inutile scrivere 'red'", spiega, "andavi a prendere il codice pantone e lo mettevi nella descrizione."

Riccardo Boccuzzi e il progetto: 66 giorni di lavoro nell’Inferno digitale

Il risultato? Sessantasei giorni di lavoro a tempo pieno, sessioni anche di 21 ore consecutive, quasi 200 opere finali e oltre 10.000 immagini scartate — andate "fuori traccia estetica, fuori traccia psicologica", come dice lui. Perché ogni opera non è solo una reinterpretazione visiva di un canto dantesco, ma una lettura psicologica del versetto corrispondente, che Boccuzzi ha dovuto prima comprendere nel volgare fiorentino originale e poi tradurre in istruzioni per una macchina. "Il processo è il motivo per cui è stato selezionato a Cannes", dice con la soddisfazione di chi ha fatto qualcosa di davvero inedito.

La censura automatica dei sistemi AI ha reso tutto ancora più complicato: Paolo e Francesca, i due amanti dannati dell'Inferno dantesco, nudi nel turbine dei venti, erano praticamente impossibili da generare — la parola "nudo" bloccava tutto. Boccuzzi se l'è cavata reinventandoli come turbini d'acqua che si intrecciano, una soluzione di potenza visiva straordinaria: i due corpi si dissolvono e si ritrovano nell'elemento liquido, incapaci di toccarsi davvero, condannati per l'eternità a quel desiderio impossibile. "È una delle opere che mi ha fatto bestemmiare di più", ammette ridendo.

La sua visione sull'intelligenza artificiale è netta e controcorrente: "Uno come me, che non sa tenere in mano una matita e viene esposto al MAXXI, è la prova che l'AI ha fatto esattamente l'opposto di quello che si dice — cioè ruba il lavoro agli artisti. Quando elimini il limite tecnico, rimane l'arte intesa come estetica, narrativa, concetto. Viene fuori chi sa pensare in una certa maniera." Per lui l'AI è uno strumento — "il più potente che la civiltà umana abbia mai avuto" — ma è comunque uno strumento. L'opera è frutto di un lavoro a tre: Dante ha deciso cosa mettere nell'Inferno, lui ha interpretato e diretto, la macchina ha realizzato.

Paolo e Francesca

Il rapporto tra vino e arte: un’esperienza multisensoriale

C'è una domanda che aleggia su tutta questa operazione: cosa c'entra davvero il vino con Dante e con l'intelligenza artificiale? La risposta di Irene Di Gaetano è quella di chi ci ha pensato a fondo: "Il vino è nel suo stesso una forma d'arte. Quando lo assaggi attivi tre sensi principali — vista, olfatto e palato — e l'arte, con la sua forza evocativa, amplifica questo momento. Puoi avere un'esperienza multisensoriale immersiva: il vino nutre il corpo e i sensi, l'arte nutre la mente e l'anima."

Quella di Boccuzzi è una risposta più ironica, ma non meno centrata: «Si sa, gli artisti bevono — è inevitabile che esista un legame». Poi, con maggiore lucidità, aggiunge: «I prodotti di largo consumo come il vino dovrebbero diventare strumenti per introdurre contenuti più di nicchia, allargando così i confini della fruizione. Magari pensi a Dante e ti viene da dire “che fatica”, ma se lo incontri in un contesto come questo finisci per apprezzarlo — anche perché, nel frattempo, ti stai godendo l’esperienza».

È questa, forse, la cosa più interessante dell'intera operazione: l'abbattimento delle gerarchie culturali. Un visitatore del Vinitaly che si aspettava di assaggiare Grillo e Nero d'Avola si ritrova davanti alla condanna di Pier della Vigna, agli accidiosi nello Stige, agli ipocriti avvolti nei mantelli d'oro che nascondono il piombo. E magari scopre Dante. O magari scopre che l'AI non è il mostro che i titoli dei giornali dipingono, ma uno strumento capace di produrre bellezza quando è in mano a qualcuno che sa cosa farsene.

Dalla Sicilia al mondo: Firriato tra identità e visione internazionale

C'è anche una dimensione identitaria in questa storia. Firriato nasce nel 1978 a Paceco, in provincia di Trapani, fondata da Salvatore Di Gaetano e dalla moglie Vinzia Novara. Oggi abbraccia tre terroir simbolo della Sicilia vitivinicola: le vigne di collina nell'Agro Trapanese, la viticoltura eroica di Favignana nel mezzo del Mediterraneo, le viti vulcaniche sull'Etna. Una Sicilia complessa, contraddittoria, stratificata — come il Cavanera Rosso, Etna Doc con Nerello Mascalese, che Irene descrive come "elegante, quasi borgognone, l'espressione più pura dei rossi del vulcano."

Ma la Firriato che si presenta al Vinitaly con una galleria d'arte guarda anche oltre la sicilianità, verso un'italianità più ampia. "L'arte — a parte la pizza e i mandolini — è quella che fa del nostro paese il bel paese", dice Irene. "È un valore che va diffuso." È un messaggio con un destinatario preciso: i mercati internazionali, dove la Sicilia vitivinicola sta scrollandosi di dosso certi stereotipi per affermarsi come territorio di eccellenza assoluta.

Artificial Hell continua: il futuro del progetto tra mostre e cinema AI

"Artificial Hell" non è una trovata una tantum. Boccuzzi ha già in mente di continuare a far girare la mostra — ogni anno, nel mese dantesco, un nuovo palcoscenico. Nel 2023 era a Milano per l'Internazionale di Fotografia, nel 2024 al MAXXI, nel 2025 a Cannes, nel 2026 al Vinitaly. E intanto sta lavorando al prossimo progetto: "Artificial Fantasy", un film di 75 minuti interamente realizzato con l'AI sulla musica italiana classica.

E Firriato? "Culture & Wine ci accompagnerà per tanto tempo, con tantissimi progetti che spazieranno dall'arte figurativa alla moda, alla musica, al cinema", dice Irene Di Gaetano. Lo stand-galleria del Vinitaly 2026 è solo l'inizio. Forse il segno più interessante che quella che sembrava una fiera del vino — seria, professionale, necessaria, ma pur sempre una fiera del vino — può diventare qualcos'altro. Un luogo dove l'Inferno di Dante incontra un Nerello Mascalese d'annata, e nessuno dei due ne esce sminuito.

E infine, a riveder le stelle

Dopo aver vagabondato tra i voluttuosi, dionisiaci padiglioni del Vinitaly, essersi perso nella bella confusione di calici e chiacchiere, è d'uopo fare ritorno allo stand Firriato — a riveder le stelle, come scriveva Dante in chiusura dell'Inferno. Tra un Nero d'Avola Harmonium e un brut Metodo Classico Gaudenius, si getta un ultimo sguardo al fuoco di Ulisse, agli accidiosi nello Stige: immagini ipnotiche, potenti. Si è di nuovo inebriati — dal vino o dall'arte, difficile distinguere.

Riecheggia allora nella testa un pensiero che David Lynch disse a Natasha Lyonne, paragonando l'AI a una matita: "Tutti hanno accesso a una matita, e così tutti con un telefono useranno l'AI, se non lo fanno già. È come usi la matita. Capisce?" In fondo, sia nell'artificiale sia nel naturale, la vita è troppo breve per bere vini cattivi.

LE INTERVISTE

Irene Di Gaetano, Presidente di Firriato

Irene Di Gaetano non è soltanto la presidente di Firriato: è la custode di una visione. Figlia del fondatore Salvatore Di Gaetano, si è avvicinata al mondo del vino non per vocazione immediata — è laureata in legge, con un MBA alle spalle — ma per una richiesta precisa del padre, che vedeva in lei l'unica possibile continuatrice di una tradizione familiare. Da quell'accettazione, racconta, è nato un amore autentico per questo mondo "fatto di persone con una fortissima passione". Al Vinitaly l'abbiamo incontrata mentre guidava i visitatori tra le opere di "Artificial Hell", nel cuore di uno stand che aveva smesso di essere uno stand.

Come nasce il progetto Culture & Wine e la scelta di portare una galleria d'arte al Vinitaly?

È stato un processo, le illuminazioni vengono nel tempo. Siamo sempre stati focalizzati sulla sicilianità, sulla cultura del vino, delle tradizioni, del territorio. E abbiamo detto: non siamo soltanto siciliani, siamo italiani. Quindi è corretto ampliare la nostra attenzione alla cultura in tutte le sue forme: arte figurativa, moda, musica. E di conseguenza abbiamo detto, ok, quest'anno al Vinitaly vogliamo rendere evidente questo cambio, che è comunque in continuità con il passato. Perché non creare per la prima volta al Vinitaly uno stand che sia in realtà una galleria d'arte?

Perché la scelta è caduta proprio su "Artificial Hell" di Boccuzzi?

Era una mostra con caratteristiche in linea con il pensiero aziendale. Dante è il simbolo della cultura italiana nel mondo, iper-riconoscibile. Ed è stata la prima mostra realizzata con l'intelligenza artificiale ad avere grandi successi — esposta al MAXXI con oltre 15.000 visitatori in un mese e mezzo, riconoscimenti importanti a Cannes. L'AI, lo strumento con cui è stata creata, è iper-contemporanea: in linea con la nostra idea di fondere passato, presente e futuro. Tradizione e rivoluzione, esatto.

Qual è il punto di contatto tra il vino e l'arte?

Il vino è in sé una forma d’arte. Quando lo assaggi attivi tre sensi principali — vista, olfatto e palato. E l'arte, con la sua forza evocativa, amplifica questo momento della degustazione. Puoi avere un'esperienza multisensoriale immersiva: il vino nutre il corpo e i sensi, l'arte nutre la mente e l'anima. Puoi fondere in questo convivio animo e corpo.

Qual è il vino di Firriato a cui è più legata?

Sono molto legata ai vini dell'Etna. Il Cavanera Rosso, un Etna Doc con Nerello Mascalese — mi ricorda molto i vini di Borgogna, un vino molto elegante, l'espressione tipica dei rossi dell'Etna. I borgogna neri della Sicilia, per la mineralità, l'equilibrio, l'eleganza.

Tra le opere esposte, qual è quella che preferisce?

Paolo e Francesca. Perché sono innamorata dell'amore. Loro sono i due amanti, il simbolo della passione in tutte le sue sfaccettature. Rimangono desiderosi anche all'inferno — dopo un solo bacio non possono più toccarsi, rimane quel tormento interiore per l'eternità. È straziante. Il simbolo per eccellenza dell'amore impossibile. Noi però vogliamo cogliere amori possibili.

Riccardo Boccuzzi, artista — creatore di "Artificial Hell"

Riccardo Boccuzzi non sa tenere in mano una matita — lo dice lui stesso, senza imbarazzo. Eppure le sue opere sono state esposte al MAXXI di Roma, selezionate come caso studio al World AI Festival di Cannes, e ora approdano al Vinitaly. È l'artista dietro "Artificial Hell", il progetto che nel 2022 — quando l'AI generativa era appena agli albori — ha impiegato 66 giorni di lavoro intensivo, sessioni di 21 ore e oltre 10.000 immagini scartate per dare forma visiva ai canti dell'Inferno dantesco. Un pioniere, nel senso letterale: qualcuno che ha aperto una strada dove non c'era nessun sentiero.

Come nasce tecnicamente "Artificial Hell"? Com'è stato il processo?

Era il 2022, quando l'AI generativa era appena uscita al pubblico — non esisteva il prompt engineering. Mentre facevo i tentativi, cominciavo a capire quali erano i fattori comuni tra una generazione e l'altra. Ho capito che bisognava parlare in maniera molto più algoritmica: volevi quel rosso, era inutile scrivere 'red', andavi a prendere il codice pantone. Volevi sviluppare in orizzontale, allora scrivevi AR2.169. I prompt sono passati da 'Dante circondato da leoni' a codici e ratio. Ho impiegato 66 giorni a tempo pieno, sessioni anche di 21 ore, e ne ho sbagliate oltre 10.000. Quasi 200 opere finali.

Perché hai scelto l'Inferno di Dante?

Quando ho preso in mano il software, tutte le immagini erano belle — belle proporzioni, colori rispettati. Ho detto: questa è una macchina molto estetica. E allora: qual è la cosa più famosa che esiste? Sono due: la Bibbia e la Divina Commedia. La Bibbia mi sembrava un po' blasfema per cominciare. E l'Inferno perché è più interessante — nel Purgatorio non succede niente, il Paradiso è tutto bellissimo e quindi noioso.

L'intelligenza artificiale ruba il lavoro agli artisti o lo moltiplica?

Uno come me che non sa tenere in mano una matita e viene esposto al MAXXI è la prova che l'AI ha fatto esattamente l'opposto di quello che si dice. Quando elimini il limite tecnico, rimane l'arte intesa come estetica, narrativa, concetto. Viene fuori chi sa pensare in una certa maniera. L'intelligenza artificiale è lo strumento più potente che la civiltà umana abbia mai avuto. Quest'opera è stata un lavoro a tre: Dante ha deciso cosa sta nell'Inferno, io ho interpretato, la macchina ha realizzato.

Qual è la tua opera preferita della serie?

Paolo e Francesca. Non per come è raccontata, ma per quel contrappasso terribile — non riescono a stare insieme. Ed è una delle opere che mi ha fatto bestemmiare di più in fase di realizzazione: la censura automatica bloccava tutto, nudo bloccava. Me la sono dovuta reinventare come due turbini d'acqua che si intrecciano. Forse è il passo che più mi rappresenta: trasformare il limite in soluzione.

E la prima reazione quando ti hanno proposto il Vinitaly?

No. La prima cosa che ho pensato è no — è una fiera del vino, che ne sai. Poi, conoscendo Irene e Salvatore, ho visto l'approccio di Firriato all'arte: sempre questo lavoro molto artistico, mai solo una fotografia. Ho detto: non è una questione di fiera del vino, è un brand che vuole fare il mecenate nel mondo dell'arte. Magari ce ne fossero — nel settore non investe più nessuno praticamente.

Credi nell'inferno?

Sono fermamente convinto che lo stiamo già vivendo. Ci siamo proprio in mezzo, solo che non ci stiamo ancora svegliando.

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