Il Paso Doble di Maria Lai e Antonio Marras, alla M77 Gallery a Milano

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Sabrina Rappoli

Sabrina Rappoli

La mostra, a cura di Francesca Alfano Miglietti, fino al 16 maggio 2026 espone le opere di Maria Lai e Antonio Marras, in collaborazione con Archivio Maria Lai.  Disegni, libri, stoffe, poesie, dialogano con il gesto creativo di Antonio Marras, creando una sorta di ballo denso di emozioni, un Paso doble di grande intensità. L'abbiamo visitata per la rubica Flash 

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“Il titolo della mostra è un ballo”, dice Francesca Alfano Miglietti, che – dell’esposizione in corso alla M77 Gallery di Milano - è curatrice. Si intitola Paso Doble. Maria Lai Antonio Marras, “ed è” - continua Alfano Miglietti – “la metafora della mostra. Difficilmente abbracciamo le persone, abbiamo difficoltà a farci toccare, nel ballo invece siamo molto più liberi”. In effetti, la rassegna di opere dei due artisti – Antonio Marras è stilista di grande prestigio e Maria Lai, scomparsa nel 2013, è stata grande protagonista dell’Arte Povera e dell’Informale – ci conduce nel mondo interiore di questi due personaggi, che nei tessuti, nei fili, nelle trame delle stoffe, esprimono – talvolta all’unisono - la loro leggerezza. Tra i due protagonisti, “si crea un’intimità che è molto speciale” – ci dice la curatrice – “che è momentanea, che non è per sempre, e questo ci libera molto. È un abbraccio e questa mostra vuole essere un abbraccio”.

Marras_Ritratto

Perché la scelta di mettere insieme questi due artisti, perché Maria e Antonio insieme?

La mostra è una mostra sulle ombre e sugli spigoli ed entrambi questi due personaggi sono due personaggi che hanno difficoltà con la luce e con l’apparizione, con l’esserci. Noi abbiamo suddiviso questo in due parti. È un dialogo di due persone che hanno due profonde solitudini e due solitudini non fanno una compagnia. Marras, lo vediamo al piano della Galleria, ha bisogno di paraventi, di nascondimenti, di momenti in cui punta l’attenzione su altro e anche le serie che vediamo alle pareti sono delle serie come un unicum di una sorta di ossessione: un po’ un modo di fare il caos per distrarre l’interlocutore. Maria Lai, invece, ha bisogno di silenzio. Una volta disse: “Da bambina giocavo col silenzio e il silenzio è diventata una persona”. A me ricorda molto – e non un caso che Maria amasse molto la poesia – Emily Dickinson quando diceva: “La solitudine è la mia migliore compagnia”.

Quali materiali ci sono in mostra?

I materiali sono molto classici. Ci sono tele, disegni, ricami, libri, tutti materiali che hanno molto a che fare con l’ombra. Stiamo parlando di qualcosa che non è un lato B. Qualcuno sostiene che la Pittura nasce dall’ombra. La leggenda di Plinio il Vecchio ci dice che, una fanciulla di Atene, traccia su una parete il contorno del suo amato quando lui parte, perché così ne conserva l’immagine. Platone, dalle ombre fa scaturire la conoscenza. Per cui, quando parliamo dell’ombra, stiamo parlando di qualcosa che non ha corpo, ma che è un corpo e così torniamo al nostro ballo.

Lai_Abiti

Al temine del percorso espositivo, conosceremo meglio Antonio e Maria?

No. Nessuna mostra fa questo. Io spero che la gente, andando via da una mostra così, possa dire di conoscere meglio sé stessa, poiché lo spettatore non è una parte fuori dall’opera. Il mio sogno è che lo spettatore abbia una parte dentro l’opera. Non è un caso che lo spettatore – anche se non se ne accorge – proietta la propria ombra sulle opere e non è un incidente, è un invito.

Due solitudini, quelle di Antonio Marras e Maria Lai. Sono due solitudini amiche?

C’è una parola che si usa molto in Oriente, è la parola compassione. Vuol dire patire insieme ed entrambi riconoscevano nell’altro un patimento, un dolore. Naturalmente, stiamo parlando di due dolori diversi e due tempi diversi, di due anatomie diverse. Essere una donna negli anni ’50 e ’60 del ‘900, non era esattamente come essere un uomo negli anni ’90. In più, quando Maria Lai ha conosciuto Antonio Marras, lui era già uno stilista ed era già famoso. Però, Maria è stata la persona che gli ha dato il coraggio di farle vedere i suoi disegni, è un po’ una storia che nasce così, a distanza. Lai è artista concettuale, molto raffinata e molto colta; Antonio Marras è artista caotico e bulimico, ha bisogno di dar vita a tutta una serie di oggetti, ma con Maria Lai ha imparato anche a uscire di scena e a lasciare delle tracce. “È una parte di me molto intima e personale, molto nascosta, tenuta nei cassetti per tanto tempo, una parte che, grazia alla figura di Maria Lai, è uscita allo scoperto”, confessa Antonio Marras. I lavori in mostra non sono stati creati per l’occasione della mostra, ma sono nati nel tempo e rappresentano la necessità dello stilista di “pasticciare, di disegnare, tutti i giorni”, come racconta lui stesso. “Mi stupisce sempre il commento della gente, ne rimango stupito. Soprattutto, quando non sanno che li sto ascoltando. È molto interessante, questo, per me”.

Libro_Lai

Ci sono delle opere fatte a quattro mani. Ce ne racconta una in particolare?

Il primo lavoro che abbiamo fatto insieme. Io avevo messo da parte una rete da letto, che fungeva da setaccio per alcuni muratori che stavano costruendo una casa. Loro avevano segato sue zampe della rete e risultava obliquo e io lo avevo conservato, sono come un robivecchi, un rigattiere, insomma. Quell’oggetto mi sembrava molto bello, avevo sostituito la rete originale con una rete da polli e quello era il filtro per la sabbia. Avevo cominciato a pensare che il letto è il luogo in cui nasciamo, che ci accompagna per tutta la vita – pensiamo agli anni della nostra vita trascorsi a dormire – e sino alla morte, di solito si muore su un letto. Dunque, il letto come compagno di viaggio e di vita. Così, avevo cominciato a preparare dei cuscini, che avevo legato alle griglie; lei era arrivata e aveva cominciato a cucire col filo rosso, ha fatto dei gomitoli, li aveva cuciti insieme e una volta finito mi aveva detto: questa la intitoliamo “Trappola dei sogni”. Per me fu bellissimo, perché io non riesco a intrappolare i miei sogni, non li ricordo e questo era uno dei più grandi problemi del mio analista, quando mi domandava: cosa hai sognato? Quello è un titolo propiziatorio, insomma.

Guardando le opere esposte viene voglia di toccarle, è anche questo l’intento?

Di solito, le opere in mostra non si toccano. In realtà, non si toccano quelle di Maria, che sono “sacre”, ma per quanto mi riguarda, sin da piccolo, ho sempre toccato le cose e mi è stato sempre rimproverato. Questo, mi ha portato al fatto che mi piace, invece, quando la gente arriva e in maniera furtiva tocca le mie opere. Credo che il toccare, lo sfiorarsi, l’abbracciarsi, lo stringersi, siano di quegli atti molto belli, che mettono in contatto due mondi, mettono in contatto le anime e i cuori e mettono in contatto le mani che sono una delle mie ossessioni.

Abitini_Lai

Cos’è stato particolarmente sfidante in questo progetto?

Il fatto di dover accostare i capolavori di Maria, con le mie carte, i miei paraventi, le mie ceramiche, i miei disegni. Avevo un debito con Maria, perché lei mi diceva sempre che con le mani che avevo avrei dovuto fare ceramica. Le mie sono mani grandi, rubate alla terra, io da sempre ho avuto questa necessità di giocare col fango ed era naturale che accadesse. Avevamo già scelto dove mettere il forno, dove costruire il laboratorio. Io abito in una casa di campagna e lì sarebbe stato il posto ideale, ma lei è mancata e questo non è successo. Quando è accaduto che per caso mi invitassero a lavorare con la ceramica, io sono corso e da autodidatta, io non so come si faccia, qual è l’iter, so soltanto ciò che voglio ottenere, dove voglio arrivare e alla fine lo ottengo. Un vecchio ceramista mi diceva: “il fuoco decide”;  in realtà, è come impastare il pane, come avere una materia che ha una dimensione, una forma, un volume, un colore, che poi viene inserita nel forno, lo chiudi e soltanto quando lo riapri capisci che cosa è davvero accaduto. Il fuoco decide la forma, la dimensione, il colore, dell’oggetto che verrà fuori. In realtà, tornando alla domanda, non c’è stata una sfida vera e propria. C’è stata una serie di coincidenze meravigliose, per cui, grazie a Maria Sofia, depositaria di tutta l’eredità di Maria, abbiamo potuto esplorar, inoltrarci, tuffarci nell’archivio di Maria e scegliere degli oggetti che per me fossero istintivamente belli. Per far dialogare le nostre opere abbiamo diviso gli spazi ed è stato molto semplice. C’è una parte con i miei lavori che non sono mai stati esposti prima e scelti appositamente per questa rassegna; ci sono dei lavori a quattro mani; c’è uno spazio dedicato a Maria, dove Francesca Alfano Miglietti, ha pensato di disporre i suoi lavori. Il tutto perché fosse come una danza, tant’è che la galleria la si gira in tondo, è come un ballo e questo è molto importante.

Quanta Sardegna, che è la vostra terra, c’è in mostra?

La Sardegna è una terra molto pesante, una terra forte. Io e Maria avevamo un rapporto molto intenso, molto intimo. Una volta lei, al telefono, mi disse: “Siamo troppo innamorati, bisogna che proviamo a creare delle distanze tra noi, prendiamoci delle pause”. Ecco, mi è sembrata la dichiarazione d’amore più bella che potessi ricevere.

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