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Vico Magistretti, architetto low profile tra i padri dell’Italian Design

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Nicoletta Di Feo

Per la rubrica Flash siamo stati nello studio di Vico Magistretti, ora studio-museo. Per conoscere un po’ di più del grande architetto e designer attraverso le parole di chi l’ha prima vissuto e poi studiato

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Ha lavorato per tutta la vita nello studio all’angolo tra via Conservatorio e via Vincenzo Bellini a Milano, nell’edificio progettato nel 1933 dal padre, l’architetto Pier Giulio Magistretti. Accanto, la casa da lui stessa progettata. Di fronte il Collegio delle Fanciulle, fatto da un bis-bis nonno al tempo di Napoleone, Gaetano Besia.


Uno studio piccolo, di solo ottanta metri quadri. Tre stanze che danno la misura di come intendesse il suo lavoro: “Io ho scelto di fare l'architetto, non il manager”, diceva. “Vedi il mio studio: fa ridere. Ma ho progettato cose importanti.”  

Oggi lo studio è un museo, o meglio uno studio-museo e sulla famosa sedia ora siede Margherita Pellino, responsabile della Fondazione Magistretti nonché nipote del famoso architetto e designer. Obiettivo della Fondazione, voluta dalla famiglia Magistretti e sostenuta da Triennale Milano e dalle principali aziende con cui Vico ha lavorato, la conservazione, la ricerca, la valorizzazione, la divulgazione e la promozione dell’archivio di Magistretti, architetto e designer.

 

“Il 2020 era l’anno del centenario di Vico”, ci racconta Margherita, “l’unico vero regalo che gli abbiamo fatto è stato mettere online l'archivio digitale. Io mi occupo dell'archivio di Vico dal 2007 e negli anni mi è sempre stato chiesto quanti sono i progetti di Vico e questa è una di quelle risposte che quando sei nel pieno dell'inventario della catalogazione tu preferisci non sapere perché ti dà la misura di quanto ancora sarà lunga la strada. Ovviamente, dovendo mettere l’archivio online li abbiamo contati: ecco, sono 680 progetti, tra design e architettura, 50 e 50.”

 

A proposito di progetti, tra questi c’è ‘Eclissi’, lampada diventata icona. E’ vero che Magistretti la disegnò durante un tragitto in metropolitana?

“E’ vero, è vero! E’ stata disegnata nello spazio di un viaggio in metropolitana tra Conciliazione e San Babila ed è stata disegnata perché Artemide chiese a Magistretti di creare una lampadina per leggere a letto. Magistretti si ispirò alla lanterna cieca de ‘I Miserabili’ di Victor Hugo disegnando sul retro del biglietto uno ‘spiegascio’, termine in dialetto milanese che dà l’idea dello scarabocchio. Arrivato in ufficio dettò letteralmente al telefono il progetto ad Artemide.  Devo ammettere che mettendo a posto l'archivio abbiamo trovato uno schizzo e un disegno tecnico di Eclisse, quest’ultimo tra l’altro disegnato dallo studio tecnico di Artemide - e questo dà l’idea del suo modo di lavorare.”

 

In questo senso si può parlare di concept design?

“Esattamente! Vico diceva di aver spiegato al telefono molti dei suoi progetti. Ma è vero, mettendo a posto l’archivio abbiamo la prova del nove perché non abbiamo praticamente neanche un disegno tecnico degli oggetti di design che progettò. Lui diceva che se hai una buona idea in testa la puoi spiegare a parole. E non solo l’Eclisse, anche l’’Atollo’, l’altra celebre lampada di Vico: un cono, una semisfera e un cilindro. Un cono è un cono, una semisfera è una semisfera e un cilindro è un cilindro.”

 

Il suo design era in un certo senso anche autobiografico …

“Amava dire che disegnava un po' come Robinson Crusoe, perché se disegnava qualcosa era perché prima di tutto serviva a casa sua. Gli piaceva anche dire che la prima cosa che aveva disegnato era il lettino per i suoi figli. Ma valeva anche il contrario: se quando finito un progetto non metteva poi quell’oggetto in casa significava che qualcosa non era andato nel verso giusto.”

 

L'archivio è il cuore di questo studio però organizzate anche delle mostre. Per esempio, in questo momento c’è una mostra che racconta il rapporto tra Vico Magistretti e il Regno Unito.

“Noi abbiamo un grosso problema, come ormai avete capito, lo studio è minuscolo, l‘archivio è un archivio di sessant'anni, comprende 680 progetti tra architettura e design e, dettaglio non da poco, è un archivio cartaceo perché Vico ha lavorato con carta e penna e tecnigrafo fino alla fine dei suoi giorni. Nel convertire lo studio in studio-museo il grande tema è stato capire come valorizzare, mostrare e far conoscere questo ricco archivio. Da qui la scelta di modificare una delle stanze dello studio in modo che diventasse la stanza delle mostre. Una stanza comunque di 40 metri per cui ogni anno ne facciamo una nuova in modo da raccontare ogni volta un pezzettino diverso del lavoro di Vico e della sua carriera attraverso il materiale dell'archivio.

Vico era profondamente innamorato di Londra, diceva che Londra era la città più bella del mondo. E poi dal 1979 era Visiting Professor al Royal College of Art, caso unico nella storia della sua carriera perché non era interessato all'insegnamento. Ma scherzando in famiglia diceva che non avrebbe potuto dire no alla regina d’Inghilterra e, altrettanto scherzando, diceva che l’insegnamento era una meravigliosa scusa per andare 2/3 volte al mese a Londra. La mostra racconta una sorta di storia d'amore iniziata negli anni ’50 quando era ancora giovanissimo e alle prime armi.”

 

Parlando invece di altri progetti, Magistretti fu il primo a disegnare una sedia in plastica.

“Mettiamola così, fu uno dei primi.  Nel ’67 quando vengono presentate le sedie di Werner e di Colombo, Vico comincia a lavorare sulla prima sedia in plastica monoblocco stampata con la fibra di resina rinforzata e disegnata insieme ad Artemide. Diceva che nella sua vita aveva disegnato più di 50 sedie, forse di più, troppe, ma d'altra parte se non le avesse disegnate tutte quante non avrebbe creato neanche le 10 fondamentali, e Selene - questo il nome della sedia monoblocco - è una di certamente una di queste.”

 

Gli anni ’60 sono stati anni fondamentali anche grazie all'unione di tre fattori: i designer, i produttori e gli artigiani. C'era infatti tantissima voglia anche da parte dei produttori di innovarsi.

“Sulla genesi dell'Italian Design Vico è sempre stato molto, molto chiaro dicendo che è stato fatto non solo dai designer ma insieme. Ci siamo resi conto, diceva, di avere le stesse necessità, noi architetti che avevamo bisogno di pezzi nuovi per arredare le case perché i gusti stavano cambiando molto velocemente; gli imprenditori illuminati che si sono presi il rischio e gli artigiani.”

 

Secondo lei qual è l'eredità più grande lasciata da Vico Magistretti?

“Ce ne sono diverse, io credo che forse la cosa per cui a lui piacerebbe essere ricordato però è la semplicità, la capacità di fare degli oggetti che sono diventati delle icone pur essendo dei pezzi veramente molto semplici, quella semplicità che è però estremamente complessa. E poi, pensando a come va il mondo del design oggi, una delle cose su cui varrebbe la pena ricordarlo è anche il fatto di non prendersi troppo sul serio.”