Colori invisibili, Sabrina Gabrielli racconta il suo fumetto d'esordio

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Gabriele Lippi

Una ragazza che non vede i colori, improvvisamente, conosce un ragazzo tutto arancione. E la sua vita sembra destinata a cambiare. Ma come?

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Leila è una pittrice che da due anni ha perso i colori. E con questi una buona fetta della sua vita e della sua voglia di viverla. Persino mangiare una pizza è diventato dannatamente difficile, in bianco e nero. Un giorno, però, vede un fattorino completamente arancione, e la sua vita cambia. Comincia così Colori invisibili, fumetto d’esordio della poster artist Sabrina Gabrielli, pubblicato da Tunuè (246 pagine, 21 euro). Una storia delicata raccontata attraverso l’uso dei colori, la loro presenza monocromatica e totalizzante, la loro assenza così invadente. Ne abbiamo parlato con l’autrice.

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Quanto lavoro c’è stato dietro l’esordio?
Tecnicamente ho iniziato a ottobre del 2020, in pieno lockdown, proponendo l’idea embrionale alla Tunuè. Ho iniziato a lavorarci da quando mi hanno chiamata, a novembre 2020, e fino a luglio 2021 ho lavorato ossessivamente su script e bozzetti. Sono una perfezionista, mi interessava dare più spazio alla storia che ai disegni, che ho realizzato da luglio a dicembre scendendo anche a patti col tratto. Infatti si vede la differenza tra questo fumetto e i miei lavori nella poster art. L’obiettivo era fare uscire più il colore della linea.

Come mai hai scelto di raccontare la storia di una ragazza con acromatopsia?
Non è di per sé la problematica a caratterizzare la storia. Il tema è più la passione, la perdita della passione, l’apatia. Mi interessavano un po’ più le sensazioni e il senso di straniamento che prova la protagonista rispetto al mondo che vivono le altre persone intorno a lei. Si sente un po’ in disparte e durante il fumetto ci tenevo a mettere in evidenza il suo disagio, come cambia il mondo rispetto alla percezione degli altri, una cosa che ho sottolineato con questa scelta di regia di far cambiare di volta in volta la colorazione delle pagine a seconda del personaggio che osserva la scena. In assenza di un narratore esterno è stato il mio modo di far vedere il sentire dei personaggi.

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Ti spaventa l’idea di non poter più vedere i colori?
Sinceramente non è una mia ansia. Quando ho iniziato a fare ricerca per il libro ho scovato Oliver Sacks, che conoscevo per Risvegli, e mi sono letta L’uomo che scambiò sua moglie per il cappello. Lì dentro c’è un racconto di un suo paziente che ha avuto un’esperienza molto simile di Leila, un pittore che dall’oggi al domani, per un trauma, non vede più i colori. Quel brano mi ha fatto riflettere sul nostro rapporto coi colori, a come questo cambi il quotidiano. Il racconto di Sacks si chiude con il protagonista che rifiuta qualsiasi procedura alla sua vista perché aveva capito che stava bene, vedeva cose diverse rispetto agli altri, ma diverso non vuol dire peggiore. Ho letto anche di Harbisson, un artista nato con acromatopsia che cito nel libro, uno che ha scelto di vedere i colori nella sua maniera attraverso un antenna che li converte in suoni.

Eppure Leila in qualche modo riesce a percepire i colori, a modo suo, collegandoli a ricordi ed emozioni. Come ti è venuto in mente il discorso della sinestesia?
La sinestesia mi ha sempre affascinato ed è stata la prima soluzione narrativa che mi ha venuta in mente quando ho pensato a una persona che dall’oggi al domani non vede i colori ma all’improvviso vede qualcosa di colorato davanti a sé. Ho fatto tanta ricerca, anche con un po’ d’ansia: ho cercato di allontanarmi il più possibile dall’'ambito medicale per non infilarmi in cose che non sono di mia competenza.

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Senza voler svelare troppo ai lettori, mi ha colpito il finale. Sembra essere la conclusione di un percorso di crescita, scoperta e accettazione personale. Era questa l’idea?
Amo le storie circolari, ricostruire da punto iniziale a finale. Il finale ha un’uscita agrodolce ma più reale possibile. Quando alla fine si ritorna al punto di partenza in realtà è cambiato qualcos’altro, c’è una consapevolezza diversa da parte della protagonista e delle persone che le stanno attorno. Tecnicamente, poi, ho nascosto all’interno del finale un dettaglio che aiuta a vedere come adesso Leila interpreta i colori…
Se pensi al tuo futuro da fumettista, lo vedi più a colori o in bianco e nero?
Io sono una poster artist, stampo in serigrafia. Mi piace molto usare i colori ma sono vecchia scuola, tutte le mie tavole partono dal bianco e nero, matita e china, mi piace molto il tratto della china ma non ho mai provato a lasciare il tutto in bianco e nero o monocromatico. Potrebbe essere interessante sperimentare.

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Quali sono i tuoi punti di riferimento nel fumetto?

Dal punto di vista stilistico mi viene in mente subito Cyril Pedrosa, ha un tratto, un uso del colore e della narrazione nella tavola tramite gli spazi che mi fanno impazzire. Come narrazione adoro Gipi e Manuel Fior. Da poco ho scoperto e mi sono innamorata della narrazione di Cuello, e penso che a Torino farò la fangirl mettendomi in fila per il firmacopie del suo ultimo libro. Ho apprezzato molto Giorni felici di Zuzu. Adoro Hubert e Paco Roca.

Stai già lavorando a un nuovo libro?
Sono in fase puramente creativa, ho in testa qualcosa ma non l’ho ancora formalmente presentata. Ci sto lavorando da un paio di mesi a livello di sceneggiatura, nessun disegno perché non voglio forzare con il tratto la storia.

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