Quell’angolino sperduto dell’Emilia perfetto per raccontare una storia italiana

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Filippo Maria Battaglia

IL LIBRO DELLA SETTIMANA Massimo Zamboni pubblica “La trionferà”, un romanzo ambientato a Cavriago che con una lingua pastosa e sanguigna traccia la storia di un’utopia collettiva con grande efficacia narrativa

Il paese si chiama Cavriago, si trova a due passi da Reggio nell’Emilia ed è uno di quei posti in cui sembra sia accaduto tutto. Lenin, ad esempio, la cita nel giorno della fondazione dell’Internazionale comunista dopo che da quell’“angolino sperduto” ha ricevuto un telegramma di solidarietà. E sempre di Lenin è il busto che da più di mezzo secolo svetta in un piazza del paese, attraendo fiori, discorsi, foto-ricordo, oltre che una discreta serie di imprevisti. Tutto questo però è quasi un dettaglio e, per quanto significativo (e forse anche un po’ troppo simbolico), non è certo il motivo per cui Massimo Zamboni, chitarrista e compositore del gruppo punk rock italiano Cccp e dei Csi, ha deciso di scriverci un libro.

“La trionferà” (Einaudi, pp. 234, euro 19,50) è un romanzo incentrato su una comunità (Cavriago, appunto) e su una precisa identità (il comunismo emiliano). È dunque il racconto di un’utopia, ma è innanzitutto una storia collettiva ricca di prediche e di "evangeli" ma piena pure di sudore, polvere e lambrusco.

 

Cavriago è affollata di uomini barbuti, di asceti socialisti e di galantuomini “scristianiati” come Alberto Cavour Bertani, “cui toccherà inaugurare nel 1888 l’usanza del funerale civile, il primo in tutta Italia, accompagnato dalle ghirlande, dalle bandiere, dalle presenze di tutti i circoli socialisti e anticlericali al suono della Marsigliese”. Ma è anche il paese in cui, dopo tanti anni di anticlericalismo, “ancora la gente si sposa in chiesa e i figli vanno alla cresima e alla comunione come se nulla cambiasse mai”, e così uno pensa subito a Nilde Iotti, nata a Reggio, figlia del ferroviere socialista Egidio ma laureata alla Cattolica di Milano grazie a una borsa di studio.

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Per alcuni, Cavriago è stata fondata da un gruppo di legionari romani di passaggio, altri dicono che a edificarla siano stati “gli zingari”, “gente poco domabile, indipendente, che potrebbe aver agito sul carattere dei discendenti fino a renderli fieramente indocili”. 

Cavriago è l’Emilia e l’Emilia - come ha detto un emiliano doc, Edmondo Berselli - è il sud del Nord e il nord del Sud. Un’Italia concentrata, o una “super-Italia”, terra di nichilisti e di empirici, di balzani e di creativi, di cordiali e di collerici.  Quella terra, impastata di fede e di riscatto sociale, è perfetta per raccontare la nostra storia: con ironia, con disincanto e pure con un'adeguata dose di partigianeria, che per fortuna nel romanzo di Zamboni non scivola mai nel campanilismo retrò e nostalgico.  Merito anche di una lingua pastosa e sanguigna che, grazie a un’oralità aneddotica, resta intinta nell’epica, tenendosi però assai lontana dalla retorica da Strapaese.

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