"Orfani: Terra", Mammucari: "Una miniserie per parlare degli ultimi"

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Gabriele Lippi

La storia scritta dal disegnatore e creatore della serie Orfani, col fratello Matteo, Mauro Uzzeo e Giovanni Masi, rivive in una nuova edizione in volume unico, con copertina rigida e tanti contenuti speciali. L'autore: "Volevamo celebrare una storia che per noi ha significato tanto"

Cain, Bug, Max, Fango, Miranda, Magic Rat. Sono i protagonisti di Orfani: Terra, la fortunata mini serie spin off di Orfani pubblicata da Sergio Bonelli Editore nel 2017. Cinque ragazzi e una ragazza a cui non è rimasto nulla. Non una famiglia, non una vera casa, nessun diritto. Schiavi abbandonati al loro destino su una Terra ormai devastata dall’essere umano, da cui chi può è fuggito, lasciando da soli gli ultimi. Un ciclo che prende le mosse dalla serie principale allontanandosene quanto basta per guardare a chi rimane indietro, che Bonelli ha ripubblicato recentemente in un volume unico di 337 pagine, con copertina rigida e una ricca sezione con contenuti speciali alla fine (GUARDA LE TAVOLE CONCESSE A SKYTG24.IT). “Volevamo rendere omaggio a questo piccolo gioiello che ci è capitato, un lavoro che per noi è stato importante”, racconta Emiliano Mammucari, creatore (con Roberto Recchioni) e illustratore della serie, che per l’occasione abbandona i disegni e si dedica alla sceneggiatura alla guida di una squadra composta dal fratello Matteo, Mauro Uzzeo e Giovanni Masi per la parte scritta, Luca Genovese, Alessio Avallone e Matteo Cremona per i disegni, Giovanna Niro, Stefania Aquaro e Luca Saponti per i colori.

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Terra è una miniserie di tre episodi che si innesta all’interno di Orfani uscendo dal continuum narrativo. Come mai questa scelta?

A un certo punto, nell’evoluzione della saga, la storyline si sposta fuori dal nostro pianeta ormai condannato, e chi è fortunato riesce a fuggire verso altri pianeti. A me però interessava parlare di chi rimaneva, degli ultimi. Mi sembrava un terreno narrativo meraviglioso, e così è nato questo spin off che all’inizio doveva essere un semplice speciale estivo, poi è stato apprezzato così tanto dalla redazione che è diventato qualcosa di più.

Perché Terra?

Perché è il nome del nostro pianeta ma non solo. Terra significa anche un modo di cercare le proprie radici, di guardare le cose dal basso. Dalla linea di terra, appunto.

Un futuro post apocalittico, il mondo distrutto, l’umanità costretta a scappare e colonizzare altri pianeti mentre sulla Terra restano gli ultimi. E poi quel muro. Sembra un fumetto decisamente politico.

Sì, lo è. Inizialmente Terra doveva chiamarsi “America”: non lo diciamo mai nella storia, ma il muro di cui parla la storia è quello che separa gli Stati Uniti dal Messico. Abbiamo iniziato a lavorarci nei primi anni di Trump e ci siamo trovati a immaginare questo futuro in cui l’asse terrestre si è spostato, in cui le parti che una volta erano floride sono diventate invivibili: e l’umanità, costretta a fuggire, si trova davanti i muri che ci siamo costruiti da soli. 

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Fantascienza, sì, ma sembra tutto molto attuale e concreto.

Sì. Mentre la serie principale Orfani è nata nel periodo delle Primavere arabe, Terra arriva in quello dei muri che si rialzano, delle nuove chiusure, della paura del diverso, dell’emergere dei populismi. Non poteva non essere un fumetto politico, o almeno avere un richiamo sociale. Ci siamo chiesti che succede quando d’improvviso non ti resta più niente, cosa faremmo se ci trovassimo in condizione di dover fare i conti con la speranza e se fossimo noi, i migranti. 

Avete scritto Terra nel 2017, oggi, con la pandemia, sarebbe diverso?

In realtà no. Adesso si potrebbe forse dire che siamo stati facili profeti, però Terra ha un po’ intercettato tutte quelle ansie, quelle angosce e quelle paure che hai nel guardarti fuori dalla finestra e chiederti “e domani che succede?”. Forse è la realtà che si è avvicinata alla fantascienza, non il contrario.

Come è stato non disegnare Orfani?

Per me era la prima volta da scrittore e non da disegnatore, dopo essere stato per anni il creatore del lato visivo della storia. Devo dire che è stata una fatica immensa fare un passo indietro. All’inizio la mia sceneggiatura era tutta disegnata, ma devi lasciare libertà alla visione del disegnatore, non puoi invadere il suo campo. Fortunatamente avevo con me tre disegnatori straordinari che hanno fatto un lavoro incredibile.

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E lavorare con suo fratello?

Lui è scrittore e cantautore, viene da un altro mondo e da anni volevo coinvolgerlo in quello del fumetto. Ci siamo trovati, abbiamo iniziato a raccontarci questa storia a vicenda, interpretando i personaggi, rimbalzandocela. Ci siamo scavati dentro sul nostro concetto di famiglia, veniamo da una famiglia piuttosto accidentata e con uno storico molto complicato, ci ha avvicinato, ha messo a nudo alcune nostre fragilità. Tra l’altro la storia inizia con due fratelli, Abe e Cain, e (ovviamente) uno dei due muore, anche questo è stato particolarmente coinvolgente.

Quali sono stati gli aspetti più difficili del lavoro?

In generale gli aspetti personali. Quel periodo era difficilissimo per me, ma anche per tutte le altre persone coinvolte. Non funzionava nulla, i personaggi non giravano e intanto le scadenze cominciavano a farsi pressanti. A un certo momento abbiamo cominciato ad aggrapparci a questa storia in un modo del tutto nuovo; come se, immergendoci totalmente, lasciandoci andare, saremmo potuti riemergere da questo periodo buio. Da lì in poi è nato un gruppo di lavoro molto coeso che continua a lavorare insieme su altri progetti. 

Una squadra, e lo si percepisce leggendo Terra.

Veniamo tutti dai Castelli romani, ci siamo conosciuti da ragazzini in una fumetteria. Terra parla anche di posti che abbiamo frequentato, di slang, del nostro vissuto. Ognuno di noi recitava un personaggio: io facevo sempre Cain e i cattivi, Mauro Uzzeo faceva Max, mio fratello recitava Rat, Giovanni Masi era invece Miranda. Abbiamo costruito i loro background, conosciamo tutta la storia precedente e successiva di questi personaggi. 

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E magari un giorno ne sapremo di più anche noi.

Questo non posso dirlo, chissà. Però è stata la prima volta in venti anni di lavoro in cui c’è stata un’esperienza così immersiva dentro una storia. Siamo davvero affezionati a questo gruppo di personaggi: in una piccola percentuale, Terra ha cambiato la vita a tutti noi.

Orfani è una serie che ha segnato la storia editoriale di Bonelli. È stato difficile rivoluzionare lo stile grafico di una casa editrice storica?

In realtà è stata una naturale evoluzione all’interno del linguaggio Bonelliano, non abbiamo stravolto nulla, anche perché è una voce importante e ben riconoscibile nello scenario fumettistico mondiale. Non ci si pensa molto ma l’Italia è tra i primi quattro produttori di fumetti del mondo, da più di 70 anni. Dovevamo trovare il modo giusto di sviluppare una “grammatica del colore” originale, adatta ai nostri racconti. C’è voluto del tempo, ci abbiamo lavorato tanto e a un certo punto non solo abbiamo capito cosa si poteva fare ma anche in che modo si poteva e può sviluppare ancora. È un processo in fieri: i primi numeri di Orfani sono molto interessanti sotto il profilo del colore, ma le cose che stiamo facendo ora sono di tutt’altra scala.

Progetti per il futuro?

Sto realizzando, serie insieme a mio fratello Matteo, una nuova serie che si intitola Nero, il protagonista è arabo ed è ambientata tra la prima e la seconda Crociata, nel periodo in cui nasce il concetto di jihad. Anche questa, in qualche misura, è figlia di Terra.

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