Dal 19 luglio le grandi aziende del tessile non possono più distruggere capi, scarpe e accessori invenduti o restituiti: dovranno riutilizzarli, riciclarli o donarli. Lo prevede il regolamento Ue 2024/1781, che dal 2030 estenderà l'obbligo anche alle medie imprese. Assoutenti stima che in Europa fino al 9% dei prodotti tessili venga distrutto prima ancora di essere usato
Le grandi imprese del settore tessile non possono più mandare al macero i capi di abbigliamento, le scarpe e gli accessori rimasti invenduti o restituiti dai clienti. Da oggi, 19 luglio, sono tenute a favorirne il riutilizzo, il riciclo o la donazione, così da assicurare ai prodotti una seconda vita. A ricordarlo è Assoutenti, che segnala come la stretta riguardi in una prima fase soltanto le grandi aziende e coinvolga dal 2030 anche le realtà di medie dimensioni.
Cosa prevede il regolamento Ue
La novità arriva dal regolamento Ue 2024/1781, che introduce due misure principali. La prima è l'obbligo per le imprese di rendere pubbliche le informazioni sui volumi di prodotti invenduti smaltiti come rifiuti: quantità, peso, motivi dello smaltimento e percentuale di merce destinata al riutilizzo, al riciclo o al recupero. La seconda è il vero e proprio divieto di distruggere i prodotti di consumo rimasti invenduti.
Nell'elenco dei beni tutelati rientrano indumenti e accessori di abbigliamento, calzature, cappelli e altri copricapi. Restano possibili alcune deroghe: il divieto non si applica agli articoli pericolosi, non conformi, che violino le norme sulla proprietà intellettuale, danneggiati, deteriorati, difettosi o comunque inadatti al riutilizzo.
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Il nodo degli sprechi e dei resi online
A giustificare l'intervento sono i numeri sullo spreco nel comparto moda. "In Europa fino al 9% di tutti i prodotti tessili immessi sul mercato vengono distrutti prima dell'uso, per un totale annuo fino a 594.000 tonnellate di tessuti, generando emissioni di CO2 pari a 5,6 milioni di tonnellate", spiega il presidente di Assoutenti Gabriele Melluso. Che aggiunge un dato sul commercio elettronico: "Il tasso medio di reso per gli abiti acquistati online è stimato al 20%, ossia un capo su cinque venduto online viene restituito".
Secondo l'associazione, le nuove regole avranno ricadute positive su due fronti. "Le imprese della moda non potranno più sprecare prodotti che possono avere una seconda vita e dovranno reimmetterli sul mercato o donarli", conclude Melluso, prospettando vantaggi "per i consumatori, i quali potranno acquistare capi di abbigliamento o scarpe a prezzi scontati, e per l'ambiente".