I laureati che lavorano all'estero guadagnano il 60% in più di chi resta in Italia: i dati

Economia
©IPA/Fotogramma

Introduzione

I laureati che decidono di lasciare l’Italia e andare a lavorare all’estero, in media, arrivano a guadagnare fino al 60% in più di coloro che invece decidono di rimanere nel Paese. A dirlo sono i dati contenuti nel XXVIII Rapporto AlmaLaurea su Laurea e Occupazione. La differenza salariale a cinque anni dal conseguimento del titolo di studio sarebbe una delle principali motivazioni che spingono i giovani con una laurea a decidere di emigrare.

Quello che devi sapere

Chi va all’estero

In generale sono il 3,7% dei laureati di primo livello e il 4,5% di quelli di secondo livello a lasciare il Paese a un anno dal conseguimento del titolo. Il 15,2% di loro lavora in Germania, il 13,5% in Svizzera, il 9,6% in Spagna, il 9,5% in Francia, il 7,7% in Belgio, il 7,6% nei Paesi Bassi e il 7,3% nel Regno Unito. A pesare, come detto, è la differenza salariale: chi ha una magistrale a un anno da laurea guadagna in media 2.290 euro al mese, che salgono a 2.941 euro dopo cinque anni. Si tratta di cifre sensibilmente più alte rispetto ai colleghi che scelgono di rimanere in Italia.

 

Leggi anche: Rapporto Almalaurea: "Quasi 7 laureati su 10 dicono no ai lavori sottopagati"

Aumenta il tasso di occupazione

Il Rapporto contiene un’ampia gamma di dati: per esempio dal documento emerge che a un anno dal titolo il tasso di occupazione tra chi ha conseguito una laurea di primo livello ha raggiunto l'81,2%, l'80,8% nel secondo livello. Si tratta di un aumento rispettivamente del 2,6 e 2,2% rispetto alla rilevazione precedente. Invece a cinque anni dalla laurea l'occupazione ha superato il 90%, toccando il 91,7% nel primo livello e il 94,4% nel secondo

pubblicità

La disoccupazione tra i laureati

Per quanto riguarda invece il tasso di disoccupazione a un anno dalla laurea, questo è sceso al 9,2% nel primo livello e al 9,3% nel secondo. Invece a cinque anni dal titolo il dato precipita fino al 2,6%. La retribuzione mensile netta a un anno dalla laurea è in media di 1.491 euro nel primo livello e 1.495 euro nel secondo, mentre a cinque anni dal titolo si sale a quota a 1.796 euro per la triennale e 1.903 euro per la specialistica.  

Il divario di genere

Restano comunque alcuni divari strutturali. A parità di condizioni infatti gli uomini hanno mostrato il 13,7% di probabilità in più di essere occupati rispetto alle donne, e una retribuzione superiore in media di 67 euro netti al mese. La presenza di figli accentua poi il divario di genere: “A fronte di carriere universitarie mediamente migliori delle donne, più regolari negli studi e con voti di laurea più alti, permane quindi una loro minore valorizzazione nel mercato del lavoro”, si legge nel rapporto.

pubblicità

Le donne si laureano di più

In ogni caso la maggior parte delle persone laureate nel 2025 sono donne: rappresentano infatti il 59,6% del totale, quota tendenzialmente stabile negli ultimi dieci anni. Dal documento emerge però come rimanga lo squilibrio nelle discipline Stem, dove la componente femminile si è fermata al 40,5%, anche questa è una quota stabile negli ultimi dieci anni. Le donne sono maggioranza netta nei gruppi educazione e formazione (94,2%), linguistico (83,5%), e psicologico (81,5%), e nettamente minoranza nell'informatica e tecnologie Ict (14,8%), e nell'ingegneria industriale e dell'informazione (25,6%).

Il peso della geografia

E ci sono anche differenze territoriali: chi risiede al Nord ha avuto il 34,8% di probabilità in più di lavorare rispetto a chi risiede al Sud, divario che sale al 55,9% considerando l'area dell’Ateneo. Inoltre, sul piano retributivo, chi lavora al Nord ha percepito in media 68 euro netti in più al mese rispetto a chi è occupato nel Mezzogiorno.

pubblicità

Il no ai lavori sottopagati

Per quanto riguarda invece l’occupazione, alla vigilia della laurea il 76,4% degli intervistati accetterebbe lavori non coerenti con il proprio percorso: si tratta di una quota che è scesa di 10,8 punti percentuali dal 2016, quando era dell'87,2%. Sul versante economico, il 66,9% di chi stava per laurearsi era disposto ad accettare una retribuzione netta mensile non inferiore a 1.500 euro per un impiego a tempo pieno: nel 2016 la quota era del 24,4%. La ricerca dedica una sezione anche allo smart working: a un anno dal titolo coinvolge il 17,1% di chi ha una laurea di primo livello e sale al 32,0% tra le persone laureate di secondo livello. A cinque anni dal diploma, in quest'ultima categoria, arriva fino al 37,6%.

Il disallineamento tra università e lavoro

Osservando la quota di laureati che nel proprio impiego utilizza poco le competenze acquisite e svolge un'attività per cui il titolo non è formalmente richiesto, il dato risulta essere del 39,4% a un anno dall’uscita dall’università per chi ha una laurea di primo livello e il 32,5% del secondo livello. A cinque anni resta stabile nel primo livello (39,2%) mentre scende al 25% nel secondo. A pesare sono gli strumenti di accompagnamento offerti dagli atenei: chi ha preso parte alle iniziative di orientamento al lavoro ha mostrato una probabilità di occupazione più alta del 10,1% a un anno dalla laurea e un minore disallineamento rispetto a chi non ne ha usufruito.

pubblicità

L’origine dei laureati

Infine, dal rapporto emerge come l’università continui ad attrarre studentesse e studenti da contesti relativamente più favoriti: la quota di chi ha almeno un genitore laureato è salita al 34,7% (dal 28,5% del 2015) e tocca il 46,3% tra le persone laureate nei corsi magistrali a ciclo unico. In generale, la regolarità negli studi ha riguardato il 60,4% delle persone laureate, mentre l'età media al conseguimento del titolo si è attestata a 26,3 anni. Il voto medio di laurea è di 102,8 su 110. L'89,1% delle persone laureate ha poi espresso una soddisfazione complessiva per l'esperienza universitaria e il 72,1% ripeterebbe senza esitazioni la stessa scelta, confermando corso e ateneo.

 

Leggi anche: Centri estivi, cresce la spesa media delle famiglie: le città più care d'Italia

pubblicità