Introduzione
A gennaio, prima dell’escalation della crisi nel Golfo, si prevedeva una crescita dell’1,7% dei fatturati reali complessivi delle imprese italiane tra il 2025 e il 2027. Oggi, invece, lo scenario è peggiorato: si stima una contrazione dello 0,9% nello scenario base, che potrebbe arrivare fino a -2,6% nel caso più negativo
Quello che devi sapere
Due possibili scenari sulla base delle previsioni geopolitiche
Secondo l’ultima edizione del Cerved Industry Forecast riportata da Repubblica, che aggiorna le previsioni economiche alla luce delle crescenti tensioni geopolitiche in Medio Oriente, vengono delineati due possibili scenari. Nel primo, quello base, si ipotizza un graduale allentamento delle tensioni a partire dalla seconda metà del 2026. In questo contesto, il Pil italiano crescerebbe appena dello 0,4% nel 2026 e dello 0,2% nel 2027, frenato anche da un’inflazione prevista tra il 2,6% e il 2,7%, che comporterebbe il mantenimento di politiche monetarie restrittive. In tale quadro, i fatturati reali delle imprese registrerebbero una flessione dello 0,9% complessiva nel triennio (-0,2% nel 2026 e -0,7% nel 2027).
Economia italiana in recessione in caso di conflitto prolungato
Dietro questa media si celano però dinamiche molto diverse tra i settori. Tra i meno colpiti nello scenario base figurano chimica e farmaceutica (+1,6%), Ict e informazione (+2,5%) e servizi immobiliari (+0,2%), tutti con prospettive ancora positive. Al contrario, i comparti più penalizzati sono il sistema moda (-5,0%), energia e utility (-2,8%), prodotti intermedi (-2,2%) e costruzioni (-2,1%). Lo scenario peggiore ipotizza invece un prolungamento del conflitto accompagnato da un ulteriore aggravarsi degli choc energetici e logistici. In questo caso, l’economia italiana entrerebbe in recessione: il Pil calerebbe dello 0,1% nel 2026 e dello 0,7% nel 2027, mentre i fatturati reali delle imprese crollerebbero del 2,6% nel periodo 2025-2027. Anche qui emergono differenze settoriali: i comparti relativamente più resilienti sarebbero informazione e comunicazione (-0,3%), largo consumo (-0,4%) e servizi immobiliari (-0,6%). I più colpiti risulterebbero invece il sistema moda (-8,4%), i mezzi di trasporto (-7,0%) e le costruzioni (-5,2%).
I settori più esposti in base alle previsioni
Entrando nel dettaglio, i settori ad alta intensità energetica e fortemente dipendenti dal petrolio - come raffinazione, chimica di base, ceramica, vetro, carta, cemento e materiali da costruzione - sono i più esposti, con costi energetici che superano il 10% del fatturato. Anche trasporti e logistica soffrono un doppio impatto: l’aumento dei costi energetici e le interruzioni delle rotte commerciali. Il turismo, invece, risente della riduzione dei flussi internazionali e dell’incertezza globale. Il peggioramento del contesto macroeconomico riduce inoltre la capacità delle imprese di trasferire a valle l’aumento dei costi, comprimendo ricavi e margini, soprattutto nei settori più esposti all’energia e alla domanda ciclica. Non mancano però ambiti più dinamici. Nello scenario base, tra il 2025 e il 2027 si distinguono i motori non elettrici (+12%) e i sistemi di difesa (+11%), sostenuti dalla domanda industriale e dagli investimenti pubblici; la costruzione di infrastrutture (+7,5%), grazie anche ai fondi del Pnrr; i servizi informatici e software (+7,0%), spinti dalla digitalizzazione; e le specialità farmaceutiche (+6,1%), trainate dall’innovazione.