Unicredit, ricorso contro sentenza TAR su Golden power Banco BPM

Economia

Unicredit si appella al Consiglio di Stato dopo che il Tar, a luglio, ha accolto in parte il ricorso sul golden power esercitato dal governo per l'ops su Banco Bpm. Con il ricorso, presentato lunedì, secondo fonti vicine al dossier, la banca vuole stabilire la piena chiarezza giuridica su tutti gli elementi della sentenza e valutare con apertura i prossimi passi

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Unicredit ha depositato il ricorso al Consiglio di Stato sulla sentenza del Tar avente ad oggetto il Golden Power esercitato dall'esecutivo su Banco Bpm. Lo si apprende da fonti a conoscenza del dossier. I termini per l'impugnazione scadevano proprio in questi giorni.

Il motivo che ha spinto Unicredit a presentare ricorso al Consiglio di Stato contro la sentenza del Tar del Lazio del 12 luglio scorso che aveva parzialmente accolto il suo ricorso contro un decreto di golden power che aveva bloccato la sua scalata a Banco Bpm, sarebbe spiegato con l'esigenza di garantire trasparenza e certezza nei confronti di tutti gli stakeholder. Unicredit, interpellata, non commenta.

Il TAR Lazio, con sentenza del 12 luglio 2025, aveva parzialmente accolto il ricorso di UniCredit contro il decreto del Governo del 18 aprile che esercitava il golden power sull'OPS lanciata su Banco BPM. Il tribunale ha annullato due prescrizioni: il vincolo di mantenere per cinque anni invariato il rapporto impieghi/depositi e quello di conservare senza limiti temporali il portafoglio di project finance. Sono invece state confermate la legittimità dell'obbligo di completare l'uscita dalle attività in Russia e quello relativo al mantenimento della partecipazione in Anima Holding. Il TAR ha riconosciuto la validità dell'intervento governativo ma ha chiarito che non può estendersi a vincoli di gestione industriale. La sentenza segna un precedente importante sui limiti del golden power in ambito bancario e sulla compatibilità con il diritto europeo.

Le ragioni

L'agenzia Adnkronos riporta che da fonti a conoscenza del dossier sono fondamentalmente due le macro-ragioni alla base della decisione.

La prima è la necessità di "avere piena chiarezza sull’intero spettro delle prescrizioni". La sentenza di primo grado aveva sostanzialmente smontato due di esse, ma lasciato sostanzialmente intatte le altre due: soprattutto riguardo la Russia. Il ricorso di Unicredit al Consiglio di Stato - questo il ragionamento che rivelano le fonti - non è "contro l'esecutivo" ma proprio per sottolineare come Unicredit non possa "costituire un pericolo alla sicurezza nazionale".

La seconda macro-ragione riguarda invece l’esigenza di garantire trasparenza e certezza nei confronti di tutti gli stakeholder. Le società - questo il ragionamento - scelgono di portare avanti il processo fino alla fine, proprio per assicurare a tutte le parti interessate di aver compiuto ogni passo utile alla tutela della società.

Interpellato dall'Adnkronos Marco Osnato, presidente della Commissione Finanze della Camera, commenta: "Sono le singole aziende a decidere come tutelare le proprie istanze". Dello stesso parere il sottosegretario al Mef Federico Freni: “Sono dinamiche dei singoli istituti su cui credo sia meglio lasciare a ciascuno la propria decisione”.

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