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Ilva di Taranto chiude: cosa succede adesso? I possibili scenari

4' di lettura

Dopo che ArcelorMittal ha annunciato il ritiro dall’acquisto del polo siderurgico pugliese, ci si interroga sul futuro dello stabilimento che ha dato lavoro a migliaia di persone dal 1961 a oggi

Oltre 10 mila dipendenti in tutta l’Italia, di cui circa 8 mila sono a Taranto: chiudere l'Ilva significa dare un contraccolpo significativo all'economia del nostro Paese. L’impianto costituisce l’1% del Pil italiano. Infatti sono state previste 6 milioni di tonnellate l’anno fino al 2023 solo a Taranto, alle quali vanno aggiunte altre due tonnellate a Novi Ligure e Genova. Il Governo e l’azienda ArcelorMittal avevano concordato un piano che prevedeva 19 miliardi nel periodo compreso tra il 2019 e il 2023. L’accordo era stato siglato un anno fa. Prevedeva un investimento di 2,4 miliardi, gran parte dei quali destinati all’ambiente. I risultati di questo accordo si sono visti fin da subito: è stato inaugurato un centro di ricerca e gli impianti sono stati arricchiti da importanti filtri anti-inquinamento. Ma il mercato dell’acciaio sta subendo una crisi a causa della forte concorrenza così ArcelorMittal ha deciso di rescindere il contratto, anche a causa di tensioni per le nuove norme sull’immunità penale e per problemi relativi all’altoforno 2.

Il primo polo siderurgico in Europa

Il rallentamento dell'industria dell'auto, l'aumento dei costi delle materie prime e il peso dei dazi sulle importazioni stanno pesando sul settore siderurgico. E ArcelorMittal, la multinazionale che gestisce l'ex Ilva, è stata tra le prime società del comparto, la scorsa primavera, a frenare il ritmo. Quando un anno fa il colosso indiano ha preso possesso dello stabilmento di Taranto, il più grande d'Europa, la produzione d'acciaio era intorno a 4,5 milioni di tonnellate l'anno, con l'obiettivo di portarla a 6. A maggio, però, i nuovi proprietari hanno annunciato di volerla ridurre nei loro siti europei a causa del cattivo andamento del mercato, ma per Taranto non si parlava di tagli bensì di rinviare l'incremento programmato. Nel giro di un mese, poi, la comunicazione che oltre 1300 dipendenti della fabbrica pugliese dovevano rimanere a casa, cioè in cassa integrazione per 14 settimane. ArcelorMittal non è l'unica ad aver limitato la capacità dei suoi altoforni: la crisi del mercato europeo si fa sempre più pesante, favorendo Cina e Turchia che vendono a buon mercato.

Gli scenari post crisi

Per l'azienda non si può andare avanti senza il cosiddetto scudo penale, cioé la certezza che i suoi manager non saranno indagati nell'attuazione del piano ambientale. Questa tutela era stata messa nero su bianco nel 2015, quando l'Ilva era amministrata dai commissari. L'obiettivo era assicurare che i gestori dell'epoca e quelli futuri non finissero coinvolti in vicissitudini giudiziarie durante il risanamento, essendo l'inquinamento nell'area di Taranto un problema di vecchia data. A giugno, però, i Cinque Stelle dicono di voler togliere l'immunità perché ritenuta illegittima. ArcelorMittal minaccia di gettare la spugna e a luglio il governo giallo-verde non cancella lo scudo ma lo ridimensiona. Non è però finita, perché a ottobre - quindi col nuovo esecutivo guidato da Conte - il Parlamento depenna le tutele. L'azienda ritiene che stando così le cose sono stati violati i patti e che il piano industriale non si può realizzare. Ma dovrà probabilmente essere un giudice ad accertare se il cambio delle regole sia tale da giustificare il passo indietro. Ora l’Ilva torna nelle mani dei commissari e dello Stato. Se la decisione della ArcelorMittal sarà definitiva l’Ilva di Taranto rischia la chiusura con una perdita economica molto elevata per l’Italia: andrebbero in fumo quasi 11mila posti di lavoro, mettendo in crisi moltissime famiglie. Il premier Giuseppe Conte fa sapere di voler cercare di trovare un punto d’incontro al fine di far tornare la situazione alla normalità evitando le spiacevoli e drammatiche conseguenze della chiusura dell’Ilva.

 

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