I giganti del web non pagano le giuste tasse

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Finanza & Dintorni

I giganti del web non pagano le tasse. Colossi veri e propri in borsa, ma nani quando si tratta di pagare il giusto al fisco. Eppure qualcosa si può e si deve fare. 

 

 

Giganti in borsa, ma nani per il fisco. 

Vi parlo oggi dei grandi gruppi tecnologici americani. Apple, lo abbiamo letto dappertutto in questi giorni, vale mille miliardi di dollari in Borsa, Amazon è poco dietro, Facebook supera i 500 miliardi.

Ma le tasse? La domanda nasce spontanea perché Facebook, tanto per fare un esempio, nel 2017 ha versato allo Stato italiano appena 120 mila euro (come segnalato da Italia Oggi). Meno di quanto pagano, per confronto, un albergatore ligure o una piccola azienda in Brianza, che non sono certo multinazionali globali.  

Partiamo da un presupposto, mille miliardi di dollari è un valore superiore al prodotto interno lordo di numerosi paesi, inclusi Turchia, Svizzera, Arabia Saudita, Taiwan. Un gigantismo peraltro, quello dei colossi del web, che pone anche interrogativi sulla concentrazione del potere economico e commerciale e sull'influenza che esercitano a livello globale. E che discende anche da pratiche oggetto di critiche sempre più accese, come dimostrano le maximulte antitrust e le polemiche sulle strategie fiscali con cui questi colossi riescono a pagare tasse irrisorie nei paesi in cui operano.

E non è solo una polemica europea contro i giganti americani. Amazon è un esempio lampante dato che tutto il mondo, a cominciare dallo stesso  Trump si interroga su come farle pagare le tasse. Ecco uno dei tweet del Presidente Usa contro Amazon: "pagano poche o zero tasse al governo locale e nazionale  causando una perdita tremenda agli Usa e la chiusura di migliaia di negozi". Del resto è stata persino la sua città natale, Seattle, a battere un colpo, approvando una Amazon Tax, pari a 275 dollari a dipendente che saranno pagati dal colosso. Un contributo che sarà utile ad alleviare alcuni squilibri sociali, come il tasso dei senza tetto a Seattle, che a causa della fortissima crescita dei prezzi delle case dovuti alla presenza di Amazon (un po', se volete, come succede in Africa con i big del petrolio), è cresciuto del 44%. 

Far pagare questi giganti è difficile perché le loro attività sono in larga parte digitali e immateriali. E i colossi tecnologici sono veri maestri nello sfruttare tutte le possibilità esistenti per abbassare al minimo il conto col fisco. Al nostro paese va il merito di aver provato a immaginarla una web tax. Nello specifico, un'imposta sulle transazioni digitali che le imprese che effettuano oltre tremila operazioni all'anno avrebbero dovuto versare all’erario. Ma il decreto attuativo della nuova imposta ancora non sai è visto.

Bruxelles punta ad adottare per dicembre una tassazione provvisoria su Google, Facebook, Amazon e gli altri colossi per sanare le disparità fiscali. La Commissione Europea in passato aveva ipotizzato una tassa del 3% sui ricavi ottenuti dall'utilizzo dei dati degli utenti e dalle pubblicità online per le società che realizzano almeno 50 milioni di ricavi all'interno dell'Unione. Proposta che potrebbe portare  secondo le stime di Bruxelles  5 miliardi di euro di gettito complessivo annuo.  

Gli unici risultati concreti , però, finora li ha ottenuti solo l’amministrazione fiscale, dato che Amazon e Google hanno pagato all’Agenzia delle Entrate oltre 700 milioni di euro per mettere fine al contenzioso che li vedeva contro. 

E, come detto, il problema non è solo fiscale, riguarda anche il potere che stanno accumulando questi colossi. Per questo Google riceve ormai periodicamente bastonate da parte della Commissione Europea per abuso di posizione dominante costringendo i produttori di smartphone a pre installare le sue app e il suo sistema operativo, Android. 

Ancora tanti gli interrogativi dunque, su queste multinazionali ricchissime in Borsa ma che quando si tratta di pagare le tasse sembrano sempre povere.  

 

 

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