Ilva, futuro incerto tra ipotesi cessione e rischio chiusura

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Sono 14mila i lavoratori del gruppo siderurgico che s'interrogano sul prosieguo delle trattative. Sul blog del Movimento 5 Stelle è stato pubblicato un post che fa esplicito riferimento allo stop delle attività

L’Ilva, attualmente, dà lavoro a circa 14.000 persone. Undicimila sono impiegate nel suo sito strategico, Taranto, dove sorge l’acciaieria più grande d’Europa; altri 1.500 a Genova e 700, infine, a Novi Ligure. Il 65% dei lavoratori ha almeno 15 anni di anzianità di servizio, mentre l’età media è di 42 anni. Ai dipendenti diretti vanno poi aggiunti i lavoratori dell’indotto, dove sono tante le aziende che esistono solo in funzione dell’appalto Ilva, e si arriva così ad un totale di circa 20.000 lavoratori. È da questi numeri che - a poche ore dal post del blog del Movimento 5 stelle nel quale si fa esplicito riferimento alla chiusura dell’Ilva - deve necessariamente partire ogni valutazione sul futuro del più grande gruppo siderurgico italiano; sia che se ne ipotizzi la chiusura, sia che si decida di “rianimare” la trattativa per la cessione, arenatasi sullo lo scoglio degli esuberi.

Il piano di Arcelor Mittal

Arcelor Mittal, l’acquirente franco-indiano prescelto dalla gestione commissariale e reso orfano della partnership col gruppo Marcegaglia dall’Antitrust europeo, che gli ha anche imposto la dismissione di altri siti produttivi, mette sul piatto 10.000 assunzioni a tempo indeterminato, con discontinuità solo formale e garanzia dei diritti pregressi. Altri 1.500 operai troverebbero posto, almeno fino al giugno 2021, in una società di servizi creata da Ilva e Invitalia.

La trattativa con i sindacati

Troppo poco per i sindacati, che si chiedono, tra l’altro, come si possano garantire, con questo ridimensionamento, standard produttivi addirittura superiori a quelli dell’epoca pre-sequestro. E poi ci sono i dubbi avanzati da più parti sui progetti di ambientalizzazione dell’acciaieria di Taranto, dove sarebbe già dovuta partire la faraonica opera di copertura dei parchi minerali, che nei giorni di vento continuano a riversare polveri velenose sul vicino quartiere Tamburi.

Le conseguenze per un eventuale mancato accordo

Il mancato accordo sulla cessione, ad ogni modo, avrebbe costi altissimi, vicini ai 3 miliardi di euro. L’Ilva dovrebbe rinunciare infatti ai quasi due miliardi (un miliardo e ottocento milioni) garantiti dall’acquirente, e poi restituire un prestito di 900 milioni allo Stato, che altrimenti rischierebbe sanzioni dall’Europa. La chiusura, a quel punto, potrebbe non essere più una scelta.

 

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