Draghi: "Diversi membri Consiglio Bce preoccupati per politiche Usa"

Mario Draghi (Foto Getty)
4' di lettura

Il presidente della Banca centrale europea, dopo la riunione del board a Francoforte, parla della strategia commerciale aggressiva degli Stati Uniti e di "timori che vanno oltre il tasso di cambio". Sulla crescita: "Migliore del previsto ma presto per cantare vittoria"

La Bce è preoccupata per le politiche degli Stati Uniti e non si lascia andare a facili ottimismi nemmeno sull’economia dell’Eurozona. Sono questi i punti principali emersi dalla conferenza stampa del presidente della Bce Mario Draghi, dopo la riunione di gennaio del board. E proprio mentre Draghi parlava è arrivata la notizia che l’euro ha superato la soglia di 1,25 dollari per la prima volta dal dicembre del 2014, arrivando a quota 1,2525.

Preoccupazione per politiche Usa

"Diversi membri" del Consiglio direttivo hanno espresso preoccupazione per i recenti segnali degli Stati Uniti sulle proprie politiche, ha detto Draghi, che poi si è soffermato anche sullo stato dell’economia dell’Eurozona: "La crescita è migliore del previsto”, ha detto il presidente della Bce, "abbiamo rischi al ribasso legati a fattori globali e ai tassi di cambio ma questi rischi sono tuttavia ampiamente equilibrati”. È arrivata però una sottolineatura importante: "Non possiamo ancora cantare vittoria".

"Preoccupazione per gli Usa va oltre il tasso di cambio"

Parlando della preoccupazione del Consiglio direttivo della Bce per le politiche degli Stati Uniti, che potrebbero portare a una svalutazione importante del dollaro, Draghi ha precisato che "questa preoccupazione andava oltre il semplice tasso di cambio e riguardava lo stato generale delle relazioni internazionali in questo momento". E, ha aggiunto Draghi, "se ciò dovesse portare a una stretta di politica monetaria indesiderata e che non è giustificata, allora dovremmo ripensare alla nostra strategia". Draghi ha spiegato che "il movimento nei tassi di cambio è dovuto in parte a fattori endogeni, come il miglioramento dell'economia, e in parte a fattori esogeni che non sono legati alla comunicazione della Bce ma a dichiarazioni di altri soggetti”. Il riferimento è alla recente conferma da parte del presidente Donald Trump della sua politica commerciale aggressiva e alle parole a Davos, in occasione del World Economic Forum, del segretario americano al Tesoro Stephen Mnuchin. Secondo Mnuchin il “protezionismo è essenziale” e “un dollaro più debole è una buona cosa per noi poiché crea opportunità commerciali”. La politica americana di applicare dazi sull'import è stata criticata anche da Angela Merkel.

Sulla crescita l’ombra della volatilità del tasso di cambio

Proprio il cambio con il dollaro è una delle cause individuate da Draghi per l’incertezza attuale, anche se “i dati che abbiamo confermano che la crescita nell'eurozona è robusta”. La recente volatilità nei tassi di cambio, spiega il presidente della Bce “richiede attenzione circa le possibili implicazione sulla stabilita dei prezzi nel medio termine”. Per quanto riguarda l’inflazione, Draghi afferma che “resta frenata e dovrebbe rimanere sui livelli attuali”, aggiungendo che l'"inflazione core" dovrebbe "aumentare gradualmente nel medio termine”. Sull’argomento Draghi ha concluso con un suggerimento agli Stati dell’Eurozona: "L'espansione della crescita è ciclica e dunque è importante che i Paesi ne approfittino ora per consolidare i conti”.

I tassi non verranno alzati

A fare da contraltare alla constatazione di una crescita ormai robusta, c’è la necessità, ha spiegato Draghi, di “un notevole stimolo monetario per sostenere l'inflazione nel medio termine”. La politica monetaria della Bce "resterà accomodante anche se l'inflazione salirà". Il presidente della Bce ha quindi annunciato che "in base ai dati macroeconomici disponibili al momento, ci sono pochissime possibilità di un rialzo dei tassi quest'anno".

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