Investimenti cinesi in Italia, i numeri e le maggiori acquisizioni

Quella di Pirelli è stata l'acquisizione cinese più importante fino a ora (Getty Images)
4' di lettura

Dalla Cina sono arrivati in totale 12,8 miliardi di euro: per alcuni è una fortuna, per altri una seria minaccia all'industria italiana

Con shopping nel mondo del calcio, da parte del gruppo Suning per l'Inter e dell'imprenditore Yonghong Li nel caso del Milan, l'acquisizione di aziende italiane ad opera di colossi e magnati orientali è diventata una pratica diffusa in molti settori della nostra economia. Mentre si susseguono le voci di possibili offerte dalla Cina dirette a un altro pezzo di storia italiana, la Fiat (o meglio, Fca), ecco quali sono le maggiori acquisizioni degli ultimi anni.  

Quanta Cina c'è in Italia

Secondo i dati del rapporto "Cina 2017. Scenari e prospettive per le imprese", curato ogni anno dalla Fondazione Italia Cina, sono 168 i gruppi cinesi (esclusa Hong Kong) che hanno investito in Italia a fine 2016. Le partecipazioni superiori al 10% sono presenti in 398 imprese per un totale di 21.501 dipendenti e 12,27 miliardi di euro di fatturato. Nel 90% dei casi in cui una società è partecipata da capitali cinesi, questi ultimi detengono il controllo dell'impresa 8come succede ad esempio con Milan e Inter). L'Italia, in termini di stock di investimenti cinesi, è il terzo Paese europeo dopo Regno Unito e Germania, con 12,8 miliardi di euro. Dal 2012 al 2016 il numero delle imprese partecipate da investitori cinesi è sempre aumentato, con un ritmo di crescita anno su anno sempre piuttosto sostenuto (fra 2015 e 2016 è stato superiore al 7%). Il vero boom, però, si trova nel fatturato delle aziende partecipate dai capitali cinesi: se nel 2012 era 3.116 milioni, l'anno scorso aveva raggiunto quota 12.27, cioé oltre il 293% in più in quattro anni. Allargando il focus dell'osservazione si nota chiaramente che l'accelerazione delle società a partecipazione cinese in Italia avviene a partire dal 2009. "La crisi economica, però, non è il principale aspetto" di questo fenomeno, spiega il coautore del rapporto e responsabile marketing della Fondazione Italia Cina, Alberto Rossi. "Il trend visto in Italia si inserisce nella crescita degli investimenti cinesi nel mondo. Nel 2015, per la prima volta, la Cina ha investito all'estero più di quanto l'estero non abbia investito in Cina". La crisi ha contribuito ad aumentare il numero delle imprese in vendita, ma resta il fatto, aggiunge Rossi, che gli imprenditori cinesi hanno comprato anche e soprattutto aziende italiane in buono stato.

Le acquisizioni cinesi in Italia

In generale, sottolinea Rossi, gli investitori cinesi non fanno acquisti per appropriarsi di marchi e poi chiudere i battenti: "Questo non è quasi mai capitato in Italia, a differenza di quanto successo in altri Paesi". Più frequente, invece, il caso opposto, in cui l'investimento cinese riesce a scongiurare una chiusura dell'azienda. Alcuni dei maggiori "colpi" messi a segno dai gruppi cinesi sono avvenuti nel corso degli ultimi tre anni. Fra questi, innanzitutto, la cessione da parte del Fondo Strategico Italiano (Cdp) del 40% di Ansaldo Energia alla Shanghai Electric Corporation, per 400 milioni di euro (dicembre 2014). Sempre nel 2014, passa nelle mani della statale China State Grid il 35% di Cdp reti, con un conto da due miliardi di euro che vale una fetta importante di Terna e Snam. Meno imponente in termini di cifre, ma pur sempre significativo è l'investimento da 110 milioni di euro che ha portato nelle mani di Yimin il gruppo oleario toscano Salov, e dei suoi marchi Olio Sagra e Filippo Berio. L'anno successivo arriva l'acquisizione cinese più celebre e sostanziosa, quella di Pirelli. Con un'operazione del valore complessivo di 7,4 miliardi di euro, l'azienda di pneumatici è passata a ChemChina per poi abbandonare il listino di Piazza Affari dopo quasi un secolo di costante presenza. Ultima in ordine di tempo è l'acquisizione di Buccellati Gioielli, con l'85% passato in mano al Gangsu Gangtai Holding dal primo agosto 2017. La lista dei marchi iconici passati in mano cinese, inoltre, continua con Ferretti Yachts (2012; 374 milioni) e Krizia (2014; 25,5 milioni).

Buon segno o minaccia?

Talvolta la mole di acquisizioni compiute da gruppi cinesi è vista come un segno del declino dell'industria italiana, vittima di una sorta di "conquista straniera". "Bisogna tenere a mente le alternative possibili", risponde Rossi a quest'obiezione, "una mancanza di investimenti stranieri avrebbe conseguenze peggiori. Inoltre la Cina, che sta cambiando il suo modello economico interno, è alla ricerca di qualità e di valore aggiunto tecnologico. Per cui potremmo quasi dire, paradossalmente, che se la Cina va a investire in certi settori in Italia è segno che qui c'è un valore qualitativo e tecnico ancora significativo".

Leggi tutto
Prossimo articolo