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Strage di Castel Volturno, così i clan uccisero sei migranti

Cronaca

Il 18 settembre 2008 sei africani vengono uccisi dall'ala stragista dei Casalesi. Il giorno dopo scoppia la rivolta della comunità di migranti per chiedere giustizia. Per gli omicidi il boss Giuseppe Setola e altri tre sicari sono stati condannati all'ergastolo

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Il 18 settembre del 2008 sei giovani migranti di origine africana vengono uccisi a Castel Volturno da un commando della camorra casalese. Nella stessa serata, poco prima, era stato ucciso anche Antonio Celiento, titolare di una sala giochi, che aveva denunciato gli uomini del clan per le estorsioni subite. È la fazione “scissionista” dei Casalesi, la cosiddetta ala stragista del clan, a compiere il massacro: un messaggio alle nutrite comunità africane della zona per ribadire il controllo del territorio. Nel 2014, vengono condannati in via definitiva all’ergastolo il boss dei Casalesi Giuseppe Setola, mandante ed esecutore materiale, Davide Granato, Alessandro Cirillo e Giovanni Letizia. Per un quinto uomo, Antonio Alluce, la condanna è di 28 anni di carcere. Nessuna delle vittime - Kwame Antwi Julius Francis, Affun Yeboa Eric e Christopher Adams del Ghana, El Hadji Ababa e Samuel Kwako del Togo, e Jeemes Alex della Liberia – aveva avuto rapporti con i Casalesi né con la criminalità nigeriana.

La strage

La sera del 18 settembre 2008 un gruppo di Casalesi guidati dal boss Giuseppe Setola, armati di kalashnikov e pistole e travestiti da carabinieri, arriva in auto davanti all’”Ob Ob Exotic Fashions", una sartoria gestita da migranti africani al chilometro 43 della Statale Domiziana, nel territorio di Castel Volturno (Caserta). Il gruppo finge un controllo, ma poi comincia a sparare all’impazzata con quattro pistole, due kalashnikov e una mitragliatrice. Secondo gli inquirenti, l’eccidio è motivato dal fatto che gli africani avevano deciso di gestire in proprio il traffico di droga senza più sottostare alle regole imposte dal clan, un atto di ribellione che non poteva essere accettato dai Casalesi. Il commando, tuttavia, spara nel mucchio senza distinguere tra spacciatori e semplici migranti. Le sei vittime muoiono solo per essersi trovati nel posto sbagliato al momento sbagliato.

Il precedente: la strage sfiorata

Un mese prima della strage, il 18 agosto 2008, i Casalesi avevano già deciso di mettere in atto una spedizione punitiva nei confronti dei migranti africani. Ha raccontato il collaboratore di giustizia Oreste Spagnuolo, presente ai blitz, che i Casalesi avevano deciso di far pagare il pizzo ai pusher africani, e come prima cosa avevano preso di mira un’associazione di nigeriani che si batteva per la legalità in collaborazione con le forze dell'ordine. La strage non si era realizzata soltanto grazie al fatto che le armi si erano inceppate. Il mese dopo, ha raccontato sempre Spagnuolo, "visto che i nigeriani non avevano capito da chi fosse partita la spedizione punitiva", era stato organizzato il raid che ha portato alla strage del 18 settembre.

Il testimone chiave

Durante l’agguato sotto il fuoco di Setola e dei suoi sicari, finisce anche Joseph Ayimbora, cittadino del Ghana, centrato da alcuni colpi che lo raggiungono alle gambe e all’addome. Ayimbora sopravvive fingendosi morto, ma riesce ad avere il tempo di guardare in faccia chi gli aveva sparato e altre due persone: la sua testimonianza durante il processo diventerà decisiva per riconoscere gli autori della strage. Ayimbora muore nel 2012 a causa di un aneurisma cerebrale.

La rivolta della comunità africana

L’agguato, che non aveva precedenti per ferocia e determinazione tra quelli messi a segno dalla camorra, provoca la reazione della comunità africana. Una vera e propria sommossa nelle strade contro la criminalità organizzata, contro le condizioni di degrado in cui vivevano e contro le autorità, chiedendo che gli assassini venissero assicurati alla giustizia. L’indomani della strage centinaia di migranti danno vita a un corteo di protesta che si avvia lungo la Domiziana, proseguendo per 10 chilometri. I migranti bloccano e intasano il traffico autostradale per ore, rovesciando e incendiando cassonetti dell'immondizia, ribaltando e danneggiando con bastoni e clavi le automobili parcheggiate. Vengono poi distrutti alcuni negozi e attaccati due autobus del comune, che vengono fermati costringendo i passeggeri a uscire.

Il processo e le condanne

Il processo per la strage inizia nel novembre 2009. Il 30 gennaio 2014, la Cassazione conferma le condanne del primo e nel secondo grado di giudizio: ergastolo per quattro dei cinque imputati - Setola, Granato, Cirillo e Letizia - e 28 anni di carcere per Antonio Alluce. La Suprema corte conferma anche le aggravanti del metodo mafioso, della strage, dell'odio razziale e dell'aver agito per futili motivi. Viene invece esclusa, come già fatto dalla Corte di Assise di Appello di Napoli nel 2013, l’aggravante del terrorismo, che in primo grado nel 2011 aveva applicato la Corte di Assise di Santa Maria Capua Vetere, il 14 aprile 2011. Per la Cassazione, nel primo raid, "è risultata accertata la manifestata intenzione di colpire chiunque capitasse a tiro, senza risparmiare neppure donne e bambini e, comunque, persone inermi", e nel secondo "l'intento del gruppo di fuoco era quello di uccidere tutti coloro che fossero presenti nella sartoria evitando che vi fossero superstiti". Il commando dei Casalesi responsabile della strage - si legge nelle motivazioni della sentenza - agì "senza curarsi della incolumità di nessuno e animato da "evidente avversione e chiaro disprezzo per le persone di colore".