Melania Rea, dalla scomparsa al delitto: il processo e la condanna di Salvatore Parolisi

Cronaca
©Ansa

Introduzione

A 15 anni dai fatti si torna a parlare del femminicidio di Melania Rea, la donna di Somma Vesuviana uccisa nell’aprile del 2011 dal compagno, Salvatore Parolisi, padre anche di sua figlia Vittoria. Per l’omicidio Parolisi è stato inizialmente condannato all’ergastolo, pena ridotta prima a 30 e infine a 20 anni, senza l’aggravante della crudeltà. La loro storia è raccontata dalla serie HBO Max Melania Rea – Oltre il caso

Quello che devi sapere

Chi era Melania Rea

Carmela Rea, conosciuta come Melania, era nata il 24 maggio 1982 a Somma Vesuviana, in provincia di Napoli. Viveva a Folignano, vicino ad Ascoli Piceno, con il marito Salvatore Parolisi, caporalmaggiore dell'Esercito e istruttore presso il 235° Reggimento Piceno, e la figlia Vittoria, nata nell'ottobre 2009. La coppia si era trasferita nelle Marche per il lavoro di lui e conduceva una vita familiare apparentemente tranquilla. Le indagini hanno poi fatto emergere un matrimonio attraversato da tensioni, soprattutto per le relazioni extraconiugali del militare.

 

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La scomparsa del 18 aprile

Lunedì 18 aprile 2011 Parolisi raccontò di essere andato con moglie e figlia a Colle San Marco, nei pressi di Ascoli Piceno. Secondo la sua versione, mentre era vicino alle altalene con la bambina, Melania si sarebbe allontanata per raggiungere i bagni di un ristorante, senza più fare ritorno. Alle 15.26 l'uomo tentò di telefonarle e poco dopo lanciò l'allarme, chiedendo aiuto in un esercizio commerciale. Carabinieri, soccorritori e unità cinofile avviarono le ricerche nella zona, ma nessuno riuscì a trovare la donna né a ricostruire con certezza i suoi ultimi spostamenti.

 

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Il ritrovamento del corpo

Il 20 aprile una telefonata anonima al 113, partita da una cabina di Teramo, segnalò un cadavere nel bosco delle Casermette, a Ripe di Civitella, in provincia di Teramo. Era Melania Rea, uccisa con 35 coltellate, a circa 18 chilometri dal luogo della presunta scomparsa. Sulla scena furono trovati anche una siringa e un laccio emostatico. Gli esami esclusero la violenza sessuale e rilevarono segni riconducibili a una manipolazione del corpo successiva alla morte, circostanza che fece ipotizzare un intervento per alterare la scena del delitto. Il ritrovamento lontano dal punto indicato dal marito sollevò interrogativi sulla ricostruzione della scomparsa.

Salvatore Parolisi sul luogo del ritrovamento del cadavere dalla moglie Melania Rea il 22 aprile 2011

I dubbi sul racconto del marito

Gli investigatori individuarono presto incongruenze nella versione di Parolisi: nessun testimone confermò di aver visto Melania Rea a Colle San Marco quel pomeriggio. Per l'accusa, la famiglia aveva invece raggiunto direttamente Ripe di Civitella. Qui, intorno alle 14.30, il militare avrebbe aggredito la moglie alle spalle mentre cercava di allontanarsi. Melania Rea avrebbe tentato di fuggire, prima di essere raggiunta dai colpi. Il successivo racconto della scomparsa sarebbe servito a nascondere quanto accaduto e a collocare la famiglia in un posto diverso da quello in cui, secondo i giudici, era avvenuta l'aggressione.

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Gli indizi: la relazione extraconiugale

Dalle indagini emerse che Parolisi intratteneva da tempo una relazione con una soldatessa conosciuta nell'ambiente militare. Melania Rea sapeva dei tradimenti e, secondo la ricostruzione accusatoria, una lite legata alla doppia vita del marito avrebbe preceduto l'omicidio. Gli inquirenti esaminarono messaggi, telefonate, spostamenti e tracce biologiche, compreso il Dna del militare individuato sulla bocca della vittima. Durante gli interrogatori del 10 e 11 maggio, Parolisi ammise di essere stato con Melania Rea nel bosco delle Casermette alcuni giorni prima del delitto. Vennero verificati anche gli indumenti dell'uomo e l'automobile di famiglia, confrontando gli esiti delle perizie con le sue dichiarazioni. La localizzazione dell'aggressione in quell'area portò infine l'inchiesta alla Procura di Teramo, competente per territorio.

L'arresto e le altre piste

Il 21 giugno 2011 Parolisi fu iscritto nel registro degli indagati per omicidio volontario aggravato. L'arresto arrivò il 19 luglio, a tre mesi dalla morte della moglie. Il militare continuò a dirsi innocente e la difesa contestò gli elementi raccolti, senza ottenere la scarcerazione: il Tribunale del riesame respinse la richiesta e la Cassazione confermò la misura cautelare. Nel corso del procedimento furono valutate anche ipotesi alternative, a partire da una traccia genetica femminile individuata sotto un'unghia di Melania Rea e delle lesioni inferte dopo la morte, considerate potenzialmente compatibili con il coinvolgimento di altre persone. Nessuna di queste piste, tuttavia, trovò riscontri tali da modificare le conclusioni dei giudici sulla responsabilità di Parolisi.

Salvatore Parolisi all'uscita dell'aula del tribunale del Riesame di L'Aquila il 22 agosto 2011
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L'ergastolo in primo grado

Il processo si svolse con rito abbreviato davanti al Tribunale di Teramo. Il 26 ottobre 2012 la giudice Marina Tommolini condannò Parolisi all'ergastolo per l'omicidio della moglie e il vilipendio del cadavere. La sentenza dispose anche la decadenza dalla potestà genitoriale e stabilì provvisionali risarcitorie per i familiari della vittima, tra cui un milione di euro per Vittoria e 500 mila euro per i genitori di Melania Rea. Il militare, che attraverso i legali aveva chiesto l'assoluzione, impugnò la sentenza.

Dall'appello alla Cassazione

Il 30 settembre 2013 la Corte d'assise d'appello de L'Aquila confermò la colpevolezza, riducendo la pena a 30 anni. Il 10 febbraio 2015 la Cassazione confermò il giudizio di responsabilità, ma escluse l'aggravante della crudeltà: il numero delle coltellate, secondo i giudici, non bastava da solo a dimostrarla. La Suprema Corte ritenne necessario distinguere la violenza dell'aggressione dalla prova di una sofferenza inflitta con particolare efferatezza e dispose un nuovo esame della pena. Il 27 maggio 2015 la Corte d'assise d'appello di Perugia stabilì una condanna a 20 anni, anche in applicazione della riduzione prevista dal rito abbreviato, senza riconoscere le attenuanti generiche.

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La condanna definitiva

Il 13 giugno 2016 la Cassazione respinse l'ultimo ricorso della difesa e rese definitiva la condanna a 20 anni di reclusione. Terminava così, a oltre cinque anni dal delitto, il principale percorso giudiziario, dopo due giudizi d'appello e altrettanti pronunciamenti della Suprema Corte. Parolisi, riconosciuto colpevole dell'omicidio e del vilipendio del cadavere di Melania Rea, non ha mai confessato e ha continuato a sostenere di non aver ucciso la moglie.

La figlia affidata ai nonni

La figlia di Melania Rea aveva 18 mesi quando sua madre venne uccisa. Dopo l'arresto del padre fu affidata ai nonni materni, che ne assunsero la tutela. I provvedimenti giudiziari confermarono la perdita della responsabilità genitoriale di Parolisi. Cresciuta lontano dal padre, la bambina è rimasta al centro di una vicenda giudiziaria che ha coinvolto anche l'affidamento e i rapporti familiari. Negli anni i parenti di Melania Rea hanno continuato a chiedere giustizia e a contestare i benefici penitenziari riconosciuti all'uomo.

I genitori di Melania Rea
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I permessi del 2023 e la possibile scarcerazione del 2027

Dopo dodici anni di detenzione, nel 2023 Parolisi ottenne alcuni permessi premio dal carcere milanese di Bollate. Durante una delle uscite, il 5 luglio, rilasciò un'intervista a Chi l'ha visto?, nella quale ribadì la propria innocenza: "Ho tradito Melania più volte, ma non l'ho uccisa". Le dichiarazioni provocarono la reazione dei familiari e una nuova valutazione della magistratura di sorveglianza. Il 14 luglio furono revocati quindici permessi già autorizzati: secondo i giudici, le parole dell'ex militare mostravano una comprensione insufficiente del percorso di reinserimento. Parolisi continuò dunque a scontare la pena in carcere.
 

Parolisi potrebbe terminare di scontare la pena nel luglio 2027. La previsione tiene conto della liberazione anticipata, il beneficio che, al ricorrere dei requisiti di legge, riduce la detenzione effettiva. Se confermata, la scarcerazione arriverebbe a circa sedici anni dall'arresto del 19 luglio 2011, a fronte dei venti stabiliti dalla sentenza definitiva. Una prospettiva alla quale la famiglia Rea si è detta contraria.

 

Per approfondire: Salvatore Parolisi, revocati i permessi premio dopo l'intervista a Chi l'ha visto

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