Aemilia, storia del maxi-processo contro la 'ndrangheta al Nord

Cronaca
(Ansa)
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Il procedimento è partito con l’operazione che nel gennaio 2015 ha portato all’arresto di 160 persone. Tra le accuse anche l’esistenza di un’associazione in Emilia Romagna legata alla cosca Grande Aracri. Il 31 ottobre sono arrivate 118 condanne

Il processo Aemilia è il maxi-processo che ha portato al banco degli imputati la ‘ndrangheta in Emilia Romagna. Le condanne di primo grado arrivate dopo oltre due anni di udienze, il 31 ottobre scorso, hanno sancito l’esistenza di un’associazione 'ndranghetistica al Nord che la Direzione distrettuale antimafia di Bologna considera operante dal 2004. Si tratta di un sodalizio ritenuto legato alla cosca Grande Aracri di Cutro (Crotone), con epicentro a Reggio Emilia. Il processo mirava a colpire "la ‘ndrangheta imprenditrice", come la definì l’allora procuratore della Dda di Bologna Roberto Alfonso.

Imputati e parti civili

Secondo gli inquirenti, l’obiettivo del gruppo criminale era "acquisire direttamente o indirettamente la gestione e il controllo di attività economiche", anche nei lavori per il sisma del 2012, oltre che ottenere "appalti pubblici e privati e ostacolare il libero esercizio del voto", nel caso delle elezioni dal 2007 al 2012 nelle province di Parma e Reggio Emilia. Tra gli imputati, anche imprenditori, esponenti delle forze dell'ordine e della politica. Oltre allo Stato, anche i sindacati, associazioni, ordine dei giornalisti dell’Emilia Romagna (ci sono cronisti vittime di intimidazioni) e numerosi enti locali si sono costituiti parte civile.

I numeri dell’inizio

La maxi-operazione Aemilia scatta nella notte fra il 28 e il 29 gennaio 2015. Al centro dell'indagine ci sono i rapporti e le infiltrazioni della cosca dei Grande Aracri. In quel momento gli indagati sono in totale 224. Di questi, ne vengono arrestati 160, di cui 117 in Emilia Romagna (sette irreperibili). I capi di imputazione sono in totale 189 e a 54 persone viene contestato il reato di associazione a delinquere di stampo mafioso. A coordinare la prima grande inchiesta di ‘ndrangheta nella Regione è la procura distrettuale antimafia di Bologna e sono oltre 200 i militari impegnati tra Modena, Parma, Piacenza, Reggio Emilia, Lombardia, Piemonte, Veneto, Calabria e Sicilia. Altri 46 provvedimenti vengono emessi dalle procure di Catanzaro e Brescia. Il procuratore nazionale antimafia Franco Roberti definisce l'operazione come "un intervento storico contro la mafia al Nord". Oltre all’associazione di tipo mafioso, gli indagati sono accusati di estorsione, usura, porto e detenzione illegali di armi, intestazione fittizia di beni, reimpiego di capitali di illecita provenienza, emissione di fatture per operazioni inesistenti e altro. Tutti reati commessi con l’aggravante di aver favorito l’attività dell’associazione mafiosa. Nello stesso anno, il 2015, altre due operazioni parallele portano all’arresto di 46 persone, tra cui il boss Nicolino Grande Aracri e il fratello Ernesto. Entrambi verranno condannati all’ergastolo in secondo grado nel processo “Kyterion”.

L’udienza preliminare e il rito abbreviato

Nove mesi esatti dopo l’operazione, il 28 ottobre 2015, si apre, nel padiglione della fiera di Bologna, la prima maxi-udienza preliminare del processo Aemilia. Tra ottobre, novembre e dicembre si terranno 29 giorni di udienze per chiudere il primo passaggio processuale. Gli imputati sono oltre 200. Di questi, 147 sceglieranno il rito ordinario e 71 quello abbreviato. Qualche mese dopo l’udienza preliminare, l’11 gennaio 2016, si apre il rito abbreviato per i 71 imputati. Per questi, la Cassazione nell’ottobre 2018 confermerà 40 condanne.

La sentenza storica del 31 ottobre 2018

La data di inizio del rito ordinario del processo Aemilia è il 23 marzo 2016. Da quel momento, inizia il dibattimento per i 147 imputati a giudizio. Il primo grado terminerà, dopo 195 udienze, il 31 ottobre 2018. Le 118 condanne (la più alta a 21 anni e otto mesi) prevedono oltre 1.200 anni di carcere. Tra le ulteriori 24 condanne con rito abbreviato c’è anche quella dell'ex calciatore Vincenzo Iaquinta (due anni per reati di armi, ma senza aggravante mafiosa) e quella - a 19 anni - per il padre Giuseppe. Il 5 novembre, pochi giorni dopo la sentenza, uno degli imputati condannati (a 19 anni di carcere), Francesco Amato, si è asserragliato dentro l'ufficio postale di Pieve Modolena, frazione di Reggio Emilia, con un coltello.

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