Introduzione
Entro cinque anni molte aree d'Italia rischiano di restare senza chirurghi generali. A lanciare l'allarme è stata la Società italiana di Chirurgia, attraverso il presidente Ludovico Docimo, in occasione del 128esimo congresso nazionale in corso a Roma fino al 14 ottobre.
Quello che devi sapere
I numeri
A pesare sulla carenza di medici c'è soprattutto l'invecchiamento del personale in servizio. Secondo i dati Eurostat, in Italia oltre il 50% dei chirurghi ospedalieri ha superato i 60 anni d'età (contro il 32% della Spagna e il 44% di Francia e Germania). Entro il 2030, quindi entro cinque anni, sono previste 2.800 uscite per pensionamento. I nuovi specialisti in entrata saranno invece meno di 1.300. Questo potrebbe portare a una carenza di 1.500 chirurghi generali. "Una proiezione allarmante, frutto del divario tra un calo del 20% dell’organico e un aumento atteso del 12% della domanda di cure chirurgiche previsto nei prossimi cinque anni sulla base dell’andamento demografico, dei modelli di utilizzo dei servizi sanitari e del rapporto tra chirurghi e popolazione. Tutto questo si traduce per i pazienti in un accesso più critico al bisturi con 1 intervento di chirurgia generale su 10 a rischio sui 650mila eseguiti ogni anno, tempi di attesa destinati ad allungarsi sempre di più e distanze sempre maggiori da percorrere per ricevere cure chirurgiche, soprattutto nelle regioni del Sud”, ha commentato Docimo.
I giovani sono disincentivati
Il problema riguarda non solo le uscite di personale, ma anche le entrate, che non sono sufficienti. Tra i fattori che disincentivano i giovani verso la professione vi sono i turni di lavoro massacranti, stipendi non adeguati agli standard dell'Europa occidentale, un contenzioso medico-legale cresciuto del 150% in dieci anni. "A pesare anche il lento aggiornamento del parco tecnologico, soprattutto per le procedure robotiche, che spinge i giovani a trasferirsi all’estero per acquisire competenze più all’avanguardia, proprio quando avremmo bisogno di chirurghi più aggiornati. Tutto questo induce i giovani a trovare collocazioni lavorative nelle strutture private o a migrare verso altri Paesi, dove vengono apprezzati ovunque, a conferma della grande tradizione formativa del nostro Paese", ha sottolineato Docimo.
Posti vacanti
I dati sulla copertura delle borse di specializzazione per il 2026 confermano un settore in crisi: pur mostrando un lieve miglioramento rispetto allo scorso anno (30% di posti scoperti contro il 37,8% del 2025), a livello nazionale rimangono non assegnati 193 contratti su 646. La situazione è particolarmente critica in periferia: a L'Aquila zero contratti assegnati, mentre a Udine e Genova è rimasto vuoto quasi il 90% dei posti. A Cosenza, Sassari, Campobasso e Perugia le assegnazioni non superano il 20%. Tra i primi 1.000 classificati al concorso nazionale, soltanto 9 hanno scelto la chirurgia generale. A ciò si aggiunge che il 10% degli specializzandi abbandona il percorso prima del termine e un altro 10% si trasferisce all'estero o verso la sanità privata.
L'allarme
"I numeri indicano un divario drammatico tra un calo del 20% dell'organico e un aumento del 12% della domanda di cure nei prossimi cinque anni", ha spiegato Docimo. "Questo si traduce nel rischio che l'accesso alle sale operatorie diventi critico per 1 intervento di chirurgia generale su 10 dei 650 mila eseguiti ogni anno, con un allungamento dei tempi di attesa e maggiori distanze da percorrere, specialmente al Sud", ha aggiunto. Per contrastare l'emorragia di camici bianchi, la SIC chiede un piano strategico con maggiori incentivi economici, un più ampio accesso alle tecnologie robotiche e l'approvazione rapida della riforma sulla responsabilità professionale e dello "scudo penale" attualmente all'esame della Camera.
Il confronto con gli Usa
Secondo uno studio appena pubblicato sul Journal of the American College of Surgeons, negli Stati Uniti 15 milioni di persone vivono in contee senza un chirurgo generale. Un rischio che quindi ora potrebbero correre anche molte aree del nostro Paese. “L’Italia non dispone di studi sulla forza lavoro chirurgica equivalenti a quello americano, ma i segnali vanno nella stessa direzione, con il rischio che molte aree restino in pochi anni senza chirurghi", ha avvertito Docimo.