Divorzia e porta via i mobili da casa: condannato per stalking. Le ragioni della sentenza
CronacaL'uomo, condannato per atti persecutori, si introduceva nell'appartamento, di proprietà comune con l'ex moglie, oltre che per portare con sé il mobilio, anche per danneggiare supplementi e imbrattare i muri
La Cassazione ha confermato la condanna per atti persecutori nei confronti di un uomo che, dopo avere divorziato dalla moglie, continuava ad introdursi nella casa - intestata ad entrambi - dove abitavano prima della separazione per portare via parte del mobilio. L'ex moglie aveva nel frattempo installato delle telecamere per immortalare i blitz dell'uomo, molto spesso notturni.
Condannato per atti persecutori
I giudici dell'ultimo grado di giudizio hanno confermato quanto deciso dalla Corte d'Assise. Disattesa, dunque, la tesi di difesa dell'uomo che puntava invece al reato di molestia, o esercizio arbitrario delle proprie ragioni. A detta dell'uomo, il suo era un modo per contestare il fatto che l'ex moglie ha preteso di avere in esclusiva tutta l'abitazione, malgrado la donna avesse già deciso di vivere in un'altra città.
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Le ragioni della sentenza
A livello giuridico, la differenza tra stalking e molestia dipende dallo stato d'animo che la vittima prova subendo l'atto in sè. Nel caso dello stalking, infatti, lo stato d'ansia e il timore scaturito dall'atto persecutorio inducono la parte offesa a cambiare le proprie abitudini. Secondo la donna, infatti, l'atteggiamento dell'ex marito l'aveva costretta a cambiare abitazione e città e rientrava nel suo paese natale per non perdere vita sociale e amicizie. Non è passata neanche la tesi dell’inutilizzabilità delle riprese, fatte da privati. Per i giudici il diritto alla riservatezza non è assoluto, ma cede il passo alla tutela della collettività e del patrimonio, oltre che alle esigenze di accertamento probatorio nel processo penale.