Femminicidio Aurora Tila, la sentenza: "Le sue richieste a ChatGpt provano lo stalking"
CronacaLa 13enne è stata uccisa a Piacenza il 25 ottobre 2024. Lo scorso novembre il suo ex fidanzato, che all’epoca aveva 15 anni, è stato condannato a 17 anni per omicidio volontario pluriaggravato dallo stalking. Per il tribunale per i minorenni di Bologna, da quanto emerso, le richieste che la vittima faceva a ChatGpt contribuiscono a provare la situazione "delicata e soffocante" a cui era sottoposta
Le richieste che Aurora Tila, la 13enne uccisa a Piacenza il 25 ottobre 2024, faceva a ChatGpt contribuiscono a provare lo stalking a cui era sottoposta. Lo dice la sentenza con cui, lo scorso novembre, l’ex fidanzato della vittima è stato condannato a 17 anni con l'accusa di aver ucciso la 13enne gettandola nel vuoto da un balcone. Il ragazzo all’epoca del femminicidio aveva 15 anni.
I consigli chiesti a ChatGpt
Il giovane, che si è sempre dichiarato innocente, nel processo con rito abbreviato è stato condannato a 17 anni per omicidio volontario pluriaggravato dallo stalking. La ragazzina, da quanto emerso, chiedeva consigli all'intelligenza artificiale sulla relazione con il suo assassino, domandando se doveva lasciarlo, e come fare a distinguere un amore vero da uno tossico. Il tribunale per i minorenni di Bologna ha sottolineato che la vittima scriveva a ChatGpt "con estrema franchezza, per comprendere come comportarsi in quella delicata e soffocante situazione".
Cosa hanno scritto i giudici nella sentenza
Secondo i giudici nel caso non solo è configurabile lo stalking, ma è stata proprio la stessa situazione e il timore della ragazza per la propria incolumità in futuro ad indurla ad accettare l'ultimo incontro con il giovane. Incontro che, invece, nella mente dell'imputato era proprio l'occasione propizia per uccidere Aurora. E questo perché "in un parossismo di possessività e gelosia, come più volte sottolineato alla sua ragazza, se non l'avesse avuta lui non l'avrebbe avuta nessun altro". Dalla sentenza emerge inoltre come, nonostante non sia stata contestata la premeditazione, il giovane imputato il giorno prima avesse detto ad un amico che voleva uccidere la 13enne: lo ha riferito un compagno di cella, poi sentito come testimone nel processo. Per quel motivo il ragazzo portò con sé un cacciavite, poi sequestrato.
Lui “aveva già deciso che avrebbe ucciso Aurora”
Alla luce di questa circostanza, hanno osservato i giudici, risuonano in modo "sinistro" i messaggi inviati da lui a lei per vedersi: "Domani ultima volta, poi mai più" e "Ti prometto che dopo l'uscita di venerdì non ti cercherò mai più". In sostanza, la ragazzina "probabilmente e paradossalmente" è andata incontro al suo destino proprio nel disperato tentativo "di disinnescare quel clima d'odio", che la sua decisione di interrompere quella relazione avrebbe ingenerato nell'ex. Ma mentre lei sperava che quell'incontro avrebbe stemperato l'esasperazione, lui "aveva già deciso che avrebbe ucciso Aurora" organizzando l'ultimo incontro e approfittandone "per mettere in atto il suo piano malefico". Inoltre non ci sono segni in lui di ravvedimento o pietà nei confronti della vittima: l'imputato non ha ammesso l'omicidio, parlando inizialmente di una caduta accidentale e poi di un gesto volontario. Ma "schiaccianti" e "granitiche" per i giudici sono le prove che contraddicono questa versione, con testimoni oculari che hanno assistito alla scena.