Il bambino fu sottratto ai genitori il 2 marzo del 2006 e ucciso poche ore dopo da Mario Alessi, muratore che aveva lavorato alla ristrutturazione del casolare della famiglia, e dal suo complice Salvatore Raimondi
Poco più di venti anni fa il 2 marzo del 2006, veniva rapito e ucciso Tommaso Onofri, il piccolo sottratto ai genitori nella sua casa di Casalbaroncolo, frazione di Parma, a scopo di riscatto, dal muratore Mario Alessi e dal suo complice Salvatore Raimondi, convinti erroneamente che la famiglia fosse facoltosa. Poco dopo il rapimento, probabilmente presi dalla paura di essere già braccati dalla polizia, i due sequestratori uccisero il bambino. Il tutto venne alla luce un mese dopo, quando Alessi e Raimondi confessarono il delitto e indicarono il luogo in cui era stato occultato il cadavere. Con loro fu condannata anche la compagna di Alessi, Antonella Conserva.
Alle 19:45 del 2 marzo 2006, nel casolare ristrutturato di Casalbaroncolo in cui la famiglia Onofri si era trasferita da poco, la corrente elettrica saltò per cinque minuti. Quando uscì per controllare il contatore, Paolo Onofri fu assalito da due uomini col volto coperto da casco e passamontagna, che minacciandolo con coltello e pistola lo costrinsero ad aprire la porta di casa. Una volta dentro tentarono una rapina ma, non accontentandosi dei 150 euro in contanti estratti dal portafoglio da Paola Pellinghelli, la madre di Tommaso, legarono i due coniugi a terra col loro figlio maggiore Sebastiano e fuggirono portando via il bambino piccolo.
Le indagini furono eseguite dai sostituti procuratori Luca Musti e Silverio Piro, con un fascicolo aperto anche dalla direzione distrettuale antimafia di Bologna. Il caso godette da subito di una grande attenzione mediatica e popolare, con numerosi appelli per la liberazione del bambino lanciati, tra l’altro, da Giorgio Panariello sul palco del Festival di Sanremo, Papa Benedetto XVI e Franca Ciampi, moglie dell’allora presidente della Repubblica.
Le indagini
Le indagini incontrarono non poche difficoltà per la difficoltà di trovare un movente e la mancanza di riscontri dai rapitori nonostante i 250 provvedimenti di intercettazione telefonica e ambientale emessi dalla procura. La famiglia non era benestante, entrambi i coniugi erano dipendenti delle poste e avevano acceso un mutuo per l’acquisto del casolare. L’unica ipotesi plausibile era che i rapitori fossero erroneamente convinti che Paolo, direttore dell’ufficio postale Parma Sud Montebello, potesse avere accesso alle casse dell’ufficio. La pressione mediatica poi alimentò depistaggi e atti di mitomania. Tra le ipotesi emersero quelle di una vendetta, legata a presunti conflitti sul luogo di lavoro, a una rapina avvenuta nel 2001 nell’ufficio postale dove lavorava Paola Pellinghelli o al precedente matrimonio di Paolo Onofri. Tutte piste rivelatesi poco credibili. Mentre Onofri lamentava di sentirsi messo sotto accusa, un dirigente della squadra mobile di Parma, in una relazione, arrivò a ipotizzare che la storia del rapimento potesse essere una copertura per un infanticidio avvenuto in casa. Una teoria presto smentita dalla coerenza delle dichiarazioni dei due coniugi.
Il cerchio si strinse attorno ad Alessi grazie ad alcune intercettazioni telefoniche effettuate sulle utenze di Pasquale Giuseppe Barbera, il capomastro della squadra di muratori che aveva eseguito i lavori di ristrutturazione del casolare degli Onofri. In una conversazione con Onofri e la compagna di lui Antonella Conserva, la moglie di Barbera gli riferì di una perquisizione effettuata in casa loro dalla polizia. A quel punto Barbera fu riconvocato in procura: l’uomo riferì di esser stato coinvolto da Alessi in una operazione di riciclaggio di denaro da 70 milioni di dollari americani ricavati dalla vendita di petrolio di contrabbando e disse che avevano proposto a Onofri di entrare nell’affare offrendogli in cambio di non pagare i lavori di ristrutturazione. I mandanti, scontenti del lavoro di Barbera e Alessi, li avrebbero minacciati, e Barbera avrebbe contattato il muratore per ottenere rassicurazioni.
La confessione
Alessi si era mostrato sempre solidale con la famiglia Onofri, impegnandosi in appelli pubblici per la liberazione del bambino. Venne però iscritto nel registro degli indagati il 27 marzo, presentò due alibi diversi entrambi senza riscontro, era stato sorpreso dagli inquirenti a bruciare qualcosa nel giardino di casa e Paola Pellinghelli aveva detto di riconoscere nella sua andatura quella di uno dei rapitori. Sul nastro adesivo con cui erano stati legati gli Onofri, poi, i RIS di Parma trovarono l’impronta digitale di Salvatore Raimondi, ex pugile 27enne. Gli inquirenti scoprirono che, nei giorni del sequestro di Tommaso, Alessi aveva acquistato utenze telefoniche con nomi fittizi per contattare ripetutamente Alessi. I due furono posti in stato di fermo il 1° aprile e confessarono l’omicidio scaricandosi a vicenda la responsabilità. Il giorno dopo Alessi portò investigatori e vigili del fuoco in una zona tra San Prospero, frazione di Parma, e il comune di Sant’Ilario di Faenza, in provincia di Reggio Emilia, dove fu ritrovato il corpo di Tommaso, sepolto ancora intatto sotto uno strato di terra e detriti profondo pochi centimetri. L’autopsia accertò che la morte era avvenuta la notte stessa del sequestro rinvenendo sul corpo segni di strangolamento e colpi alla testa inflitti con un badile o una vanga.
Alessi rivelò il movente del riscatto: aveva saputo che Onofri aveva mostrato a Barbera una somma importante di denaro in contanti da poco ottenuta in eredità e si era convinto che potesse facilmente accedere ai fondi dell’ufficio postale che dirigeva. Antonella Conserva, compagna di Alessi, si proclamò innocente ma venne individuata dagli investigatori come la carceriera designata del bambino e come complice nel rapimento.
Le condanne
In primo grado Alessi fu condannato all’ergastolo, Conserva a 24 anni e Raimondi a 20. Pasquale Barbera, rinviato a giudizio per favoreggiamento, venne assolto. Corte d’Appello e Cassazione confermarono le pene ad Alessi e Raimondi e l’assoluzione di Barbera, mentre il processo d’appello di Conserva venne ripetuto e nel 2012 la Corte suprema convalidò anche la sua pena. Segnato dalla vicenda e affetto da gravi problemi cardiaci, nel 2008 Paolo Onofri subì un infarto che lo costrinse a passare i successivi sei anni ricoverato in una clinica privo di conoscenza, fino alla morte avvenuta il 15 gennaio 2014. Raimondi ha scontato la sua pena ed è uscito dal carcere nel 2025.