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Nascere, crescere, morire. Tre passi una sola trama

Cronaca

Domenico Barrilà

©Getty

“Qualsiasi comportamento nasconde un bisogno profondo, quello di essere ‘visti’, individuati, liberati dall’angoscia dell’anonimato che ci opprime, dal timore di passare inosservati”

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In questo piccolo testo è racchiuso il programma della nostra vita, di ogni vita umana, senza eccezioni. Un copione che si abbozza nei primi anni e procede con discreta coerenza nelle fasi successive, rendendoci sempre riconoscibili. Ne troveremo tracce significative anche quando saremo vicini all’ultimo passo e persino nell’istante in cui varcheremo la soglia che conduce chissà dove. Addirittura, quando la morte ce la diamo noi stessi non mancano pensieri di valorizzazione post mortem. “Ora sapranno ciò che è perso”.

Restare, anche dopo che tutto è compiuto. Un sogno impossibile, ma non c’è nulla di cui vergognarsi, abbiamo una grande paura di sparire, possiamo eludere l’argomento fino a quando ci pare, ma fatto il giro del Pianeta è su quella mattonella che si torna. La paura che rimanga un invisibile, anonimo, mucchietto di atomi, destinati a loro volta a disperdersi qua e la, partecipando alla costruzione di altri edifici come pezzi da montaggio.

Ne ebbe in quantità, di paura, anche Gesù nel Getsemani, quando tutto sembrò vacillare, tanto da chiedere a suo padre il cambiare del finale.

Tuttavia, quando siamo alle prese coi momenti estremi, i lineamenti del nostro modo di essere si fanno più chiari, come se i contorni fossero stati ripassati con un pennarello. Ora quei segni caratterizzanti sono meno sorvegliati dall’attenzione, meno assistiti dagli espedienti che mettiamo in atto per rendere possibili gli incastri sociali.

Quando siamo prossimi al confine e ci assale l’ansia che il tempo non basti più, tutto si accelera e i controlli diventano inefficaci. Capita, in questi casi, che possa prevalere la tentazione di concentrare tutto nel poco spazio che rimane, così diventa ancora più chiaro il modo in cui per tutta la vita abbiamo cercato di realizzare quel desiderio pressante di essere visti. Se poi stavamo nel numero di coloro abituati a “essere qualcuno” - per notorietà, per inclinazione personale, per eccesso di autostima o per tutte queste cose assieme -, il distacco tenderà a diventare ancora più laborioso, ma il modo di affrontarlo ricalcherà esattamente gli schemi di sempre, anche quando di essi non abbiamo piena coscienza.

Il tema del morire, generalmente tenuto tra le suppellettili in disuso, quelle che finiscono in soffitta oppure in cantina, ritorna di quando in quando. Nel dibattito pubblico perlomeno, perché dalle nostre strade e dai nostri pensieri, soprattutto quelli fissi, non se n’è mai andato, neppure conta di farlo.

Per fortuna, potremmo dire, perché cancellata la paura della fine, non vi sarebbero tanti pilastri a sostenere la vita, a cominciare dall’arte, letteratura inclusa, persino la mia professione se la passerebbe male, poiché sopravvive solo grazie ad una gamma di paure che vanno da quella di essere inadeguati al terrore di non essere eterni.

La finitezza è sconvolgente, urge lasciare tracce indelebili di noi. Il mondo parla, dice, in ogni angolo, testimonia di questo sforzo incessante.

Eppure, compassione a parte, la morte resta la certificazione della sfacciata coerenza che si manifesta nel restare e nell’andarsene, segnati dalla stessa trama, apparentati della ferrea continuità dello stile di vita. Neppure Charles Darwin, uomo solido e integro, capace di rivoluzionare per sempre la lettura di quanto ci circonda, si smentì quando, sopraffatto dallo strazio per la morte della figlia Annie, una decina di anni, riconobbe dignità ai batteri che uccisero l’adorata bambina. Stavano solo facendo quanto era previsto nei loro programmi biologici.

Nell’infanzia vi sono già i segni di come moriremo, le anticipazioni delle modalità con cui verosimilmente affronteremo il drammatico passaggio della morte.

Se mancammo di fiducia agli esordi, da parte degli adulti, ci impregneremo di sentimenti di inadeguatezza, giacché leggeremo in quella carenza un chiaro giudizio di valore, negativo, legittimo e certificato. Nei primi anni di vita, infatti, come tutti i bambini, saremo in balia dei grandi e tenderemo a prendere per vero tutto ciò che proviene da loro. Il resto della vita, anche la prossimità al salto definitivo, sarà impegnato a smentire quella falsa partenza. Talvolta dal “lato utile della vita”, generando benefici per tutti durante lo sforzo ascensionale. Non di rado dal “lato inutile”. Ecco, è proprio questo ciò che conta, ossia quanto ci sarà di noi e quanto dei nostri simili, quanto dei nostri bisogni e quanto di quelli del nostro prossimo, nelle battaglie che combattiamo. 

Mi permetto di concludere con una breve citazione, tratta dallo stesso volume da cui provengono le parole che trovate all’inizio. Mi pare descriva con chiarezza sia l’elemento della pro-socialità sia quello della coerenza dello stile di vita, in qualunque segmento del percorso lo si valuti.

“In un campo di papaveri siamo attratti dalla bellezza dell’insieme, difficilmente ci soffermiamo su un singolo fiore; tuttavia, se uno di quei papaveri fossimo noi, l’atteggiamento “panoramico” degli osservatori ci apparirebbe frustrante, ferirebbe la nostra sensibilità.

Il modo che sceglieremo per realizzare questo desiderio, struggente e incessante, rendersi evidenti, deciderà le nostre sorti, spesso di quelle di chi ci vive accanto, meno frequentemente della nostra comunità, più di rado, è già accaduto e potrebbe riaccadere, del mondo intero”.

Senza il giusto dosaggio di tali ingredienti, restano solo delle buone intenzioni. Troppo poco per essere visti davvero.

 

Domenico Barrilà, analista adleriano e scrittore, è considerato uno dei massimi psicoterapeuti italiani.
È autore di una trentina di volumi, tutti ristampati, molti tradotti all’estero. Tra gli ultimi ricordiamo “I legami che ci aiutano a vivere”, “Quello che non vedo di mio figlio”, “I superconnessi”, “Tutti Bulli”, “Noi restiamo insieme. La forza dell’interdipendenza per rinascere”, tutti editi da Feltrinelli, nonché il romanzo di formazione “La casa di Henriette” (Ed. Sonda).
Nella sua produzione non mancano i lavori per bambini piccoli, come la collana “Crescere senza effetti collaterali” (Ed. Carthusia).

È autore del blog di servizio, per educatori, https://vocedelverbostare.net/