Riccardo Faggin e i genitori, se la morte di un figlio non è invano

Cronaca
Domenico Barrilà

Domenico Barrilà

Ci sono due persone che, sebbene travolte dalla disperazione - solo chi è genitore può comprendere - cercano le responsabilità vicino ai propri piedi, scarnificandosi pubblicamente per essere d’aiuto, invitandoci all’ascolto dei figli, prima che sia troppo tardi

ascolta articolo

Riccardo Faggin e i suoi genitori sono tutti noi. Ci somigliano, però in meglio.

Dopo tanti anni di lavoro, che quotidianamente mi pongono di fronte la mia e l’altrui inadeguatezza, la mia e l’altrui incapacità di tollerare il limite senza cercare uscite di sicurezza. Rimango ammirato da quella mamma e da quel papà che non fanno giri di parole e vanno diritti al punto, senza invocare scuse, senza inventarsi sociologismi e psicologismi, scappatoie attraverso le quali un’infinità di persone comuni, vellicate da noi professionisti della psiche, cercano di confondere le acque, distribuendo i propri gravami a entità collettive, impersonali e anonime.

A casa Faggin non funziona così. Ci sono due genitori che, sebbene travolti dalla disperazione -solo chi è genitore può comprendere- cercano le responsabilità vicino ai propri piedi, scarnificandosi pubblicamente per essere d’aiuto, invitandoci all’ascolto dei figli, prima che sia troppo tardi.

Non abbiamo visto che Riccardo si stava mettendo in una trappola, non ci siamo accorti del suo disagio, dicono, e a me pare musica, abituato come sono ad ascoltare altre spiegazioni, narrazioni in cui la colpa è della scuola, della società, talvolta persino del figlio, mai dei genitori.

Affiderei il destino del Paese a Luisa e Stefano, di sicuro mi permetterei di suggerire a chi organizza corsi per genitori, di desistere dall’abitudine di invitare il sottoscritto o i suoi colleghi e di rivolgersi ai genitori di Riccardo. Ne ricaverebbero vantaggi certi.

leggi anche

Padova, muore con l'auto a 26 anni: il giallo della laurea

Chissà, forse è vero che la società è diventata sempre più esigente e non tollera l’insuccesso, facendo sentire chi cade un “fallito”, aggettivo di grande successo, ma i genitori sono il braccio armato di questa vulgata, persone che attraverso i figli sembrano cercare compenso ai loro limiti, giustificando anche l’ingiustificabile. Tempo fa erano venuti due genitori insieme a un ragazzino delle medie, lo vedevano triste, svogliato, malgrado “noi non perdiamo occasione per stimolarlo”. Il lunedì, dopo la scuola, c’è lezione di pianoforte, il martedì e il mercoledì basket, il giovedì catechismo, il venerdì teoria e solfeggio. Pregai i genitori di uscire e chiesi al ragazzo di dirmi cosa potevo fare per lui. “Per favore, convincili a non mandarmi più a studiare musica e pianoforte”. Il padre ammonì. “Non deve commettere i miei stessi errori, anche io lasciai lo studio della musica e dello strumento, oggi ne sono pentito”. Un piccolo esempio di come le attese dei genitori possano saccheggiare i percorsi dei figli.

Incontro una signora al supermercato. “Sono la mamma di Martina, ricorda che le portavo mia figlia quando era in quinta liceo”. Recuperata la memoria, le chiedo come sta la figlia e se si è laureata. “Macché, si è ritirata a metà del percorso, che delusione”. Dentro di me sono compiaciuto ricordando una serie di episodi sgradevoli, in particolare uno li sintetizza tutti. Un giorno arrivano scure in volto, la madre è intrattabile, le chiedo qual è il problema. “Ne parli con mia figlia”, risponde piccata. Lascio, come sempre, la madre in sala d’attesa e faccio accomodare la ragazza. Le domando cosa mai avesse combinato. “Si lamenta perché ho preso otto in Latino”. “Stai scherzando spero”. “È sempre stata così, ogni volta, mi ricorda che se mi fossi applicata mezz’ora in più avrei preso nove o dieci”.

C’è un’intera generazione di madri e padri che vorrebbero vivere di luci riflesse, forse, giustifico, sopraffatti dalla paura di vedere i figli soffrite o che proiettino socialmente immagini imperfette dei genitori, che nei giudizi riservati dalla scuola e dalla società ai figli, vedono sentenze dirette a loro stessi e si deprimono, girando tutta la loro frustrazione sulla prole che, a sua volta, si sente schiacciata da pressioni insostenibili e, non di rado, si spezza.

Genitori e figli, vittime dello stesso terrore del limite, immersi in un brodo comunitario che confonde l’insuccesso col fallimento, facendoci sentire inutili. Alcuni anni fa, una casa editrice mi aveva chiesto di progettare una collana illustrata per bambini piccoli. Memore delle pressioni cui sarebbero andate incontro quelle creature, decisi di usare nei titoli di tutti gli albi il sostantivo “coraggio”, dandone però una definizione rovesciata. “Il coraggio è la capacità di tollerare l’insuccesso e ricominciare”.

La collana ebbe diverse edizioni nel nostro e in altri paesi, intercettando la sensibilità di quegli educatori che percepiscono la minaccia insita nella pretesa di una società perfetta, dove l’insuccesso è visto come una malattia inguaribile.

Un uomo di cinquant’anni, afflitto da un forte sentimento di disistima verso se stesso, ricorda che da bambino il padre gli rimproverava di non avere “grinta”, preconizzandogli una vita minore, ricca di

sconfitte. Purtroppo, i bambini prendono molto sul serio i propri genitori. Lo spirito critico nei piccoli e nei ragazzi è ancora carente.

Ora arriva la morte di Riccardo, una tragedia, forse la tragedia di un modo di vivere e di educare, che tuttavia ci lascia un regalo impagabile, due genitori consapevoli, indisponibili a reiterare i gravi autoinganni che spingono padri, madri e figli sul piano inclinato della competizione perenne con chissà che cosa, e ci chiedono di concentrarci sui bambini e sui ragazzi. Due genitori che non se la vogliono prendere con nessuno. Una fune robusta cui rimanere attaccati, ricordando che i casi delle lauree presunte sono numerosissimi, Riccardo era in ottima compagnia, solo che lui non lo sapeva, pensava di essere l’eccezione, l’errore. Nella cittadina dove abito ve ne sono di proverbiali, presunti laureati, e non è un’eccezione. Ma a essere presunte non sono solo le lauree, viviamo un mondo nevrotizzato senza avere il coraggio di contestarlo, e per stare al passo bariamo al gioco, abusando di tutto, compresi gli psicofarmaci, poi facciamo finta di meravigliarci quando si parla di doping nello sport, ignorando che se ne abusa persino nei tornei amatoriali, perché è proibito sbagliare.

Nei giorni scorsi mi sono recato in una località del sud, per tenervi un piccolo ciclo di conferenze dal titolo “Quello che non vedo di mio figlio”, i genitori di Riccardo avrebbero molto da insegnarci in proposito, anzi lo stanno già facendo. Dobbiamo loro gratitudine.

 

Domenico Barrilà, analista adleriano e scrittore, è considerato uno dei massimi psicoterapeuti italiani.
È autore di una trentina di volumi, tutti ristampati, molti tradotti all’estero. Tra gli ultimi ricordiamo “I legami che ci aiutano a vivere”, “Quello che non vedo di mio figlio”, “I superconnessi”, “Tutti Bulli”, “Noi restiamo insieme. La forza dell’interdipendenza per rinascere”, tutti editi da Feltrinelli, nonché il romanzo di formazione “La casa di Henriette” (Ed. Sonda).
Nella sua produzione non mancano i lavori per bambini piccoli, come la collana “Crescere senza effetti collaterali” (Ed. Carthusia).

È autore del blog di servizio, per educatori, https://vocedelverbostare.net/

Cronaca: i più letti