"Nell’Aprile 2020, causa emergenza covid, ho iniziato il mio incarico nell’Unità Operativa di Anestesia e rianimazione presso il P.O. “Giovanni Paolo II” di Sciacca.Tutto è iniziato con il progetto di umanizzazione deciso dalla Direzione dell’ASP di Agrigento. Ho collaborato attivamente, insieme al Primario Francesco Petrusa, al coordinatore Marco Li Gioi e a tutto il personale sanitario nella personalizzazione delle tute anti-covid affiggendo su di esse le foto dei volti  e i nomi di chi le indossava. A tal fine, i pazienti ricoverati, che prima di allora ci vedevano completamente imbardati, hanno potuto quantomeno riconoscere chi fosse a prendersi cura di loro. Tutto ciò era teso a ripristinare quel contatto umano che purtroppo in quei mesi di pandemia è venuto tristemente a mancare.  Il successo del progetto mi ha coinvolto emotivamente così tanto da continuare a voler scattare altre foto che raccontassero i sacrifici e la determinazione di noi professionisti sanitari alle prese con l’emergenza. Raccontare le nostre storie a chi, quella tragedia non l’ha mai vissuta.  Da settembre 2020 fino alla chiusura della nostra terapia intensiva covid, avvenuta a fine maggio 2021. Ho archiviato circa 200 scatti inerenti l’emergenza sanitaria.  Durante la seconda ondata ben presto ci siamo ritrovati con tutti i posti letto occupati. Il carico di lavoro era estenuante e a tratti umanamente impossibile da sopportare. Dentro le tute si sudava parecchio e spesso le visiere si appannavano. Non potevamo bere o andare in bagno.  Gli allarmi dei monitor suonavano in continuazione e noi ci destreggiavamo tra dozzine di cavi, deflussori e circuiti per la ventilazione polmonare.  Abbiamo continuato a lottare anche quando, idolatrati come eroi, ben presto siamo divenuti gli untori e assassini. Nonostante tutto abbiamo continuato con professionalità e senso del dovere ad assistere quelle persone anche quando siamo stati aggrediti, derisi e insultati da chi a quel virus così subdolo e letale non ha mai creduto.  Tornavo a casa distrutto per quei turni massacranti e l’unica cosa che volevo era un semplice abbraccio dalle persone a cui volevo bene, ma la paura che quel gesto d’affetto poteva risultare un passo falso, mi attanagliava continuamente. I giorni si susseguivano uno dopo l’altro. Era iniziato il turno, era il momento di entrare. Dopo esserci vestiti nella zona filtro, io e gli operatori  entravamo nella grande sala dove erano ricoverati i pazienti. In ogni sguardo osservavo il terrore, respiravano a fatica.   Molti di loro si chiedevano quando tutto questo sarebbe finito. Tantissime erano le telefonate dei familiari che chiedevano dei loro cari. Molte volte i medici avevano l’ingrato compito di riferire a quelle persone che qualcosa non era andato per il verso giusto. Il virus aveva vinto ancora una volta.  Ogni giorno andavo a lavoro con la paura che qualcuno dei pazienti che avevo imparato a conoscere, rassicurare e alcune volte riuscire anche a strappare un sorriso, era stato intubato per l’aggravamento del quadro respiratorio, o peggio ancora era morto.   Quante mani ho stretto prima di lasciarle andare via…  Ma abbiamo anche gioito per i pazienti che sono riusciti a sconfiggere il virus e ci hanno ringraziato per tutto quello che abbiamo fatto per loro, per averli assistiti al meglio delle nostre possibilità.  Con il tempo abbiamo imparato a convivere con questa piaga che più volte ci ha messo a dura prova. Ci siamo aiutati, spezzando la tensione, siamo riusciti a cogliere il bello in ciò che ci circondava, anche quando il bello non c’era. Di sicuro questa esperienza ci ha dato e tolto tanto. Ci ha resi ancora più consapevoli del nostro valore come professionisti. “

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