Coronavirus, associazioni ginecologi: “Favorire aborto farmacologico”. Pro Vita contraria

Cronaca

I medici propongono di somministrare la pillola per tutelare le pazienti e alleggerire la pressione sugli ospedali. La onlus che organizza il Congresso delle Famiglie: “Rischioso precedente che appare inconciliabile con la legge e la salute della donna”

Da un lato c'è la proposta di associazioni di ginecologi italiani che chiedono di favorire l'aborto farmacologico attraverso la somministrazione della pillola Ru486 per tutelare le pazienti, evitando loro ingressi negli ospedali già alle prese con l'emergenza Coronavirus (AGGIORNAMENTI - SPECIALE - GRAFICHE CON I NUMERI DEI CONTAGI). Dall'altro c'è la onlus Pro Vita che giudica inconciliabile con la legge 194 del 1978 e con il diritto alla salute delle donne la proposta dei medici.

La posizione dei ginecologi

"In questo momento storico riteniamo doveroso tutelare la salute e i diritti delle donne, attuando le procedure ritenute giustamente indifferibili, e al contempo ponendo in essere tutte le misure utili a contenere e contrastare il diffondersi della pandemia", dichiara Antonio Chiantera, Presidente della Società Italiana di Ginecologia e Ostetricia (Sigo), ricordando il decreto ministeriale del 3 marzo che ha ribadito che tra le attività indifferibili, insieme al Percorso nascita, deve essere tutelato e garantito quello dell'interruzione volontaria di gravidanza (Ivg). Nicola Colacurci presidente dell' Associazione Ginecologi Universitari Italiani Agui) sottolinea che in questo momento di emergenza "il percorso tradizionale dell'aborto chirurgico, che prevede numerosi accessi ambulatoriali espone la donna a un numero eccessivo di contatti con le strutture sanitarie, che sicuramente non contribuiscono alla riduzione del rischio di contagio". 

La proposta dei medici

Gli esperti sottolineano la necessità di rivedere alcuni aspetti delle procedure vigenti, dichiarandosi favorevoli prima di tutto a spostare il limite del trattamento da 7 a 9 settimane; eliminare la raccomandazione del ricovero in regime ordinario dal momento della somministrazione del mifepristone a momento dell'espulsione; introdurre anche il regime ambulatoriale che prevede un unico passaggio nell'ambulatorio ospedaliero o in consultorio, con l'assunzione del mifepristone, e la somministrazione a domicilio delle prostaglandine, procedura già in uso nella maggior parte dei Paesi europei. Per i ginecologi inoltre bisogna prevedere una procedura totalmente da remoto, monitorizzata da servizi di telemedicina, come è già avvenuto in Francia e nel Regno Unito. 

Pro Vita: "Aborto senza ricovero? Così è giungla"

Ma Pro Vita & Famiglia  onlus pro life e organizzatrice del Congresso delle Famiglie di Verona solleva dubbi sulle proposte dei medici: "A causa degli ospedali intasati dall'emergenza, per facilitare la "pratica" dell'aborto alcune associazioni hanno chiesto interruzioni di gravidanza farmacologiche senza ricovero che significa, in soldoni, la giungla del fai da te", hanno dichiarato Toni Brandi e Jacopo Coghe, presidente e vice presidente dell'associazione. "Ma come - hanno aggiunto Brandi e Coghe - i radicali e la Bonino non avevano combattuto estenuanti battaglie per far terminare gli aborti in casa che causavano la morte anche delle donne e adesso invece chiedono un ritorno al passato? Un rischioso precedente che appare inconciliabile con lo spirito della legge stessa e con la salute della donna". Brandi ha poi concluso: "La realtà è che ben prima del Coronavirus il numero dei medici obiettori era in continuo aumento. Saltare di fatto il medico per fare un aborto può essere la soluzione che gli abortisti cercano".

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