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Gianni Brera, 100 anni fa nasceva il re dei giornalisti sportivi

4' di lettura

Raccontò Mondiali di calcio e Olimpiadi, le grandi corse ciclistiche, l’atletica e i personaggi dello sport italiano e mondiale. Fu anche polemista eccezionale e inventore di neologismi che ancora oggi sono usati per raccontare il pallone sui giornali e in televisione

Il più grande giornalista sportivo italiano. Non c’è altro modo per ricordare Gianni Brera, a 100 anni dalla nascita dell’immaginifica penna che raccontò Mondiali di calcio e Olimpiadi, le grandi corse ciclistiche, l’atletica e i personaggi dello sport italiano e mondiale. Non solo, fu polemista eccezionale, soprattutto inventore di neologismi che ancora oggi trovano uso (e spesso abuso) nella nostra lingua e in chi racconta lo sport sui giornali e in televisione. Un talento eclettico che si misurò anche con altre forme di narrazione (un suo romanzo “Il corpo della ragassa” ebbe persino una discussa trasposizione cinematografica) e fu profondo uomo di cultura in grado di apprezzare i piaceri della vita. Era anche un personaggio picaresco Brera. Avrebbe potuto tranquillamente fare parte della goliardica comitiva del gruppo degli “Amici Miei” di Monicelli. Sicuramente la morte lo trovò vivissimo, quando la raggiunse mentre rincasava da una cena tra sodali in auto su un tratto di strada tra Codogno e Casalpusterlengo, la sua terra. Nel frontale morirono tutti e tre i passeggeri. Aveva 73 anni (la sua vita a fumetti).   

Un globe trotter dell'opinione sportiva 

Gioann Brera fu Carlo, come amava chiamarsi quando parlava di se stesso in terza persona, nasce l'8 settembre 1919 a San Zenone Po, in provincia di Pavia, inizia ben presto a raccontare lo sport sul giornale del liceo dopo avere dato i primi calci a un pallone a Milano, città dove era stato mandato a studiare e da cui fu richiamato dal padre e dalla sorella per evitare distrazioni. Ma Milano era nel suo destino, con la prima grande svolta della carriera quando approdò alla Gazzetta dello Sport di cui fu inviato e che lasciò dopo un biennio da condirettore negli anni ’50 (a 30 anni fu il più giovane a guidare il giornale). Alla Rosea ritornerà nel 1976 come editorialista dopo un gran numero di peregrinazioni e collaborazioni editoriali. Scrisse per il Giorno, il Guerin Sportivo (che diresse e sulle cui pagine, fino all’ultimo, curò l’indimenticabile rubrica L’Arcimatto in cui dissertava non solo di sport, ma di pressoché tutti i campi dello scibile), Il Giornale di Montanelli e nel 1982 fu una delle stelle tra le firme scritturate da Scalfari per La Repubblica. In tv fu tra gli ospiti fissi del Processo del Lunedì e "in proprio" con la sua Accademia di Brera su un vasto circuito di tv locali.

Il neologismo diventa arte nel giornalismo

Per capire la grandezza di Brera, come dicevamo, bisogna pensare all’eredità lasciata alla lingua italiana e di comune diffusione. Un neologista che, probabilmente, rappresenta un caso unico nel mondo del giornalismo (sicuramente di quello italiano), un fuoriclasse che ha lasciato una traccia pari a quella dei campioni di cui ha narrato le gesta. Senza di lui non ci sarebbero stati gli uruguagi, e Rivera non sarebbe mai stato l’Abatino né Gigi Riva sarebbe stato il goleador (anche questa ispanizzazione è una sua creazione) Rombo di tuono, o Pulici si sarebbe mai trasformato in Puliciclone né Boninsegna in Bonimba. Solo per citare alcuni dei soprannomi degli assi del pallone che alimentarono e uscirono ingigantiti dal suo epos narrativo. Così come nel racconto odierno del pallone ancora oggi vengono sfruttate le immagini che ha dipinto sulla carta: dalla melina al traversone, dal contropiede al catenaccio.

Un rivoluzionario attaccato alla tradizione

Detto della forma, nella sostanza fu insieme un rivoluzionario e un conservatore. Avverso alle idee degli innovatori del calcio nostrano alla Sacchi, fu sempre vicino a posizioni tradizionali, convinto che alla base del nostro modo di giocare andasse privilegiata ed esaltata una predisposizione quasi genetica alla difesa, coniugata a un’innata furbizia, l’unica congeniale ai nostri calciatori e alle nostre squadre. Ma, al di là degli schemi mentali, era rapidissimo a tornare sui suoi passi senza mai sconfessarsi, con una battuta o un’interpretazione originale. Un battitore libero che nel corso della vita fu anche paracadutista e partigiano, radicale e socialista. Un po’ come il protagonista di “Big Fish” che sui suoi mirabolanti racconti aveva forgiato la sua vita. Perché in fondo non muore mai davvero chi sa rendere popolare la propria fantasia.

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