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Piccolo Alex, il papà: “È un bambino forte e felice”

3' di lettura

Intervistato da Sky TG24, Paolo Montresor parla del figlio che, dopo il trapianto, sta bene e sarà presto dimesso. “Sorride e gioca”, racconta. Grazie alla vicenda, sono migliaia i nuovi donatori di midollo in Italia: “Siamo orgogliosi”, dice il padre

“Alessandro è un bambino felice. Anche quando stava male, la cosa che mi ha insegnato è che è più forte di me. E non ha mai pianto. Questa è una cosa che per me ha dello straordinario”. Il papà del piccolo Alex, intervistato da Sky TG24, parla con emozione del suo bambino affetto da una malattia rara che è stato sottoposto a un innovativo trapianto con cellule staminali. Il piccolo ora sta bene, l’intervento è riuscito, e potrà essere dimesso presto dall’ospedale Bambino Gesù di Roma. “Continua a sorridere, a giocare, è desideroso di uscire. Non potrà ancora giocare con i suoi amichetti, perché dobbiamo avere delle precauzioni nei prossimi mesi. Ma l’obiettivo è fargli recuperare, appena sarà possibile, questo anno”, racconta il papà, Paolo Montresor (LA STORIA). 

La campagna di sensibilizzazione

Da quando i genitori hanno deciso di rendere pubblica la sua storia, con un appello sui social in cui chiedevano aiuto per trovare un donatore di midollo compatibile, il volto di Alex è diventato il simbolo di una campagna di sensibilizzazione. Decidere di “usarlo” è stata “una decisione sofferta ma indispensabile. Per dare un volto a quella che era la nostra situazione e far vedere che stiamo parlando di un bambino”, spiega il papà. “Un bambino che ha gioia, volontà di vivere e che aveva bisogno di una mano. Siamo felici e siamo orgogliosi per quello che gli italiani hanno messo in campo nelle piazze o nei centri trasfusionali e del gesto d’amore che hanno dato, stanno dando e spero che continuerà”, aggiunge. In solo due mesi e mezzo, infatti, sono stati 23mila i nuovi donatori italiani che si sono iscritti al registro dei donatori di midollo osseo a seguito della vicenda. 

La condivisione con gli altri

Quando gli si chiede cosa consiglia a dei genitori che si dovessero trovare nella loro stessa situazione, risponde: “Li esorterei a non avere paura di condividere con le persone che sono vicino la malattia. Perché talvolta uno si chiude in se stesso e si autoemargina. Ci si chiede ‘perché a me? Perché è capitato’. Ci si sente marchiati. Invece no, parlatene. Questo permette di trovare persone che hanno vissuto la stessa cosa o hanno percorso un sentiero simile e possono dare conforto e aiuto”. 

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