Raggi, entra nel vivo il processo: se condannata, ipotesi dimissioni

Cronaca
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La sindaca di Roma è imputata per falso in relazione alla nomina (poi revocata) di Marra alla guida della Direzione Turismo. Il 10 novembre è attesa la sentenza e potrebbe scattare il passo indietro già dopo il giudizio di primo grado

Con le due udienze in calendario questa settimana entra nel vivo e si avvicina alla conclusione il processo di primo grado a carico di Virginia Raggi, imputata per falso dalla procura di Roma in relazione alla nomina (poi revocata) di Renato Marra alla guida della Direzione Turismo del Campidoglio. Una nomina che risale ai primi mesi di governo della sindaca pentastellata in Campidoglio, il cui sviluppo processuale tiene con il fiato sospeso tutta la politica cittadina, perché una eventuale condanna della Raggi potrebbe portare alle sue dimissioni, qualora intendesse rispettare alla lettera il contenuto del codice etico del M5s.

Le tappe della vicenda

Renato Marra venne promosso, con un interpello avvenuto ad ottobre 2016, dal ruolo di comandante del Gssu della Polizia Locale a capo della Direzione Turismo del Campidoglio, con relativo aumento di stipendio di 20 mila euro annui. Secondo la procura, a gestire il rinnovo della macrostruttura dei dirigenti capitolini fu il fratello Raffaele, allora a capo del Dipartimento Personale di Palazzo Senatorio. Raggi aveva scritto alla responsabile comunale anticorruzione sostenendo che nell'interpello il suo ex braccio destro aveva avuto un ruolo di "mera pedissequa esecuzione delle determinazioni da me assunte, senza alcuna partecipazione alle fasi istruttorie, di valutazione e decisionali" limitandosi "a compiti di mero carattere compilativo". Mentre, secondo il pm Francesco Dall'Olio, alcune chat telefoniche acquisite agli atti dell'inchiesta dimostrerebbero un ruolo attivo di Marra sia nella procedura per compilare la nuova macrostruttura dei dirigenti comunali sia nella nomina del fratello Renato.

La sentenza attesa per il 10 novembre

Il 23 e il 25 ottobre sono attese le deposizioni della Raggi (come teste), che ha partecipato a tutte le udienze del processo, e poi quella di Raffaele Marra - imputato per abuso di ufficio in relazione alla stessa vicenda in un altro processo - anche se l'ex dirigente presumibilmente dovrebbe avvalersi della facoltà di non rispondere. Non è escluso che l'ordine delle udienze possa subire un'inversione. In assenza di ulteriori sviluppi, l'iter processuale prevede poi la sentenza per sabato 10 novembre.

Possibili dimissioni in caso di condanna

Nel settembre dello scorso anno, prima dell'avvio del processo, è stata archiviata l'accusa di abuso d'ufficio nei confronti della sindaca per questa stessa vicenda e il reato di falso non rientra tra quelli per cui la legge Severino stabilisce la decadenza da incarichi pubblici in caso di condanna. Ed è qui che i riflessi della vicenda processuale si trasformano in una partita tutta politica. Il codice etico dei 5 Stelle però parla chiaro: è "incompatibile il mantenimento di una carica elettiva" dopo una condanna "anche solo in primo grado, per qualsiasi reato commesso con dolo". Tradotto: se condannata, per il Movimento, la sindaca dovrebbe dimettersi. E finora Raggi ha sempre ribadito che in caso di pronunciamento a lei sfavorevole si sarebbe "attenuta a quanto scritto nel codice etico".

Gli scenari

Voci parlano di alcuni consiglieri pronti a sostenere una prosecuzione della consiliatura senza più lo scudo del simbolo M5s o di una sospensione temporanea dalle sue funzioni, sostituita dal vicesindaco Luca Bergamo. Ipotesi per ora, che rischiano comunque di indebolire la seconda parte del mandato della sindaca. In caso di assoluzione le tappe per un rilancio dell'azione di governo sembrano già definite. Al primo posto c'è la ripresa dell'iter di approvazione della variante urbanistica, l'ultimo passaggio burocratico, per il progetto dello stadio dell'As Roma, congelato da giugno dopo l'avvio dell'inchiesta della procura di Roma sulle presunte tangenti legate all'opera. E poi la richiesta al governo 'amico' di maggiori poteri e fondi per la città, da dirottare su mobilità e rifiuti.

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