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Leggi razziali, 80 anni fa il primo decreto fascista contro gli ebrei

Documenti conservati all'Archivio di Stato di Milano relativi alle leggi razziali (Fotogramma)
3' di lettura

Il 5 settembre del 1938 venne promulgato il “provvedimento per la difesa della razza nella scuola fascista". Insieme ad altri 180 decreti, costituirà la base legislativa con cui il regime tratterà la “questione ebraica” fino all’abrogazione nel 1944

Ottant’anni sono molti, ma non abbastanza per dimenticare. E ne sono passati esattamente 80, da quel 5 settembre 1938 in cui fu firmato il primo dei circa 180 decreti voluti dal fascismo e passati alla storia come leggi razziali. Firmati da Benito Mussolini, capo del governo, e promulgati dal re Vittorio Emanuele III, i regi decreti legge trattarono la cosiddetta “questione ebraica”. Vennero poi abrogati nel gennaio del 1944 dal governo italiano guidato da Badoglio.

I primi decreti nel 1938

Il decreto che inaugurò i 7 anni di leggi razziste e che compie oggi 80 anni si intitolava "Provvedimenti per la difesa della razza nella scuola fascista" e fu seguito a distanza di due giorni dal "Provvedimenti nei confronti degli ebrei stranieri". La prima volta che il popolo italiano ne senti parlare però, fu il 18 settembre 1938 a Trieste, quando Benito Mussolini li annunciò da un palco posto davanti al Municipio in Piazza Unità d'Italia, in occasione di una sua visita alla città.

I divieti: dai matrimoni all'istruzione

La legislazione fascista stabilì chi dovesse essere considerato ebreo (per parentela o per credo religioso) e quali divieti dovessero essere imposti a queste persone. Tra questi: il divieto di matrimonio tra italiani ed ebrei, il divieto per gli ebrei di avere alle proprie dipendenze domestici di razza ariana, il divieto di trasferirsi in Italia a ebrei stranieri, il divieto di svolgere la professione di notaio e di giornalista, il divieto di iscrizione dei ragazzi ebrei nelle scuole pubbliche. A tal proposito, venero istituite scuole specifiche per studenti di religione ebraica, le uniche accessibili per insegnanti ebrei. Nel 1939 fu poi introdotta la figura del cosiddetto “ebreo arianizzato” verso il quale le leggi razziali furono applicate con alcune deroghe e limitazioni.

Il Manifesto della razza

In questo contesto, bisogna includere anche il “Manifesto della razza”, pubblicato originariamente in forma anonima sul Giornale d'Italia il 15 luglio 1938, col titolo "Il Fascismo e i problemi della razza", quindi ripubblicato sul numero uno della rivista La difesa della razza il 5 agosto firmato da dieci scienziati. Il testo del manifesto abbracciava i diversi aspetti del tema razziale: dalla definizione di razza e delle differenze tra una e l’altra, dall’esistenza di una “pura razza italiana” ariana alla necessità di proclamarsi razzisti.

Le ripercussioni su docenti e accademici

Le leggi razziali, e in particolare il decreto che venne promulgato il 5 settembre del 1938, colpirono anche moltissimi professori e docenti. Più di 300 vennero infatti epurati dalle università italiane, senza contare gli insegnanti delle scuole, i ricercatori e gli accademici e gli autori di libri di testo messi all’indice dal regime. Alcuni scienziati e intellettuali ebrei emigrarono all'estero. Tra loro personalità del calibro di Emilio Segrè, Bruno Pontecorvo, Franco Modigliani, Arnaldo Momigliano, Carlo Foà, Amedeo Herlitzka. Con loro lasciarono l'Italia anche Enrico Fermi e Luigi Bogliolo, le cui mogli erano ebree.

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