Processioni, statue, inchini: le ingerenze dei boss nei riti religiosi

Alcuni casi di processioni religiose tra Sicilia e Calabria in cui si sono verificate ingerenze dei boss mafiosi
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A Zungri, provincia di Vibo Valentia, un pregiudicato pretendeva di essere tra i portatori della statua della Madonna, prima dell’intervento dei carabinieri. Diversi i precedenti simili in Calabria e Sicilia

Omaggi, inchini, soste davanti ai balconi dei boss. In Calabria e Sicilia sono molti i casi di ingerenze dei criminali locali, appartenenti a mafia e ‘ndrangheta, nei riti religiosi dei loro paesi. L’ultimo episodio è quello di un pregiudicato che a Zungri, in provincia di Vibo Valentia, pretendeva di portare in spalla la Madonna della Neve durante la processione. Ma i cittadini si sono ribellati e i carabinieri sono dovuti intervenire per interrompere i festeggiamenti. Ecco gli altri precedenti avvenuti negli ultimi anni.

I casi in Calabria

In Calabria nel luglio del 2014, ad Oppido Mamertina, nella Piana di Gioia Tauro, il maresciallo dei carabinieri comandante della locale caserma che coordinava il servizio d'ordine durante la processione della statua della Madonna delle Grazie si allontanò dopo che l'effige fu fatta sostare, in segno di omaggio e di rispetto, davanti la casa del boss Giuseppe Mazzagatti. Il sottufficiale inviò un’informativa alla Dda di Reggio Calabria e quell'episodio fece scattare l'intervento del Vescovo di Oppido Mamertina-Palmi, mons. Milito, che dispose la la sospensione per tre anni di tutte le processioni religiose nella Piana di Gioia Tauro. Nella stessa diocesi, poco dopo quella di Oppido e prima del provvedimento del vescovo, c’era stata una processione nel corso della quale la statua di San Procopio si era fermata davanti all'abitazione in cui abitava la moglie di Nicola Alvaro, 70 anni, detenuto da anni e ritenuto dagli investigatori un elemento di spicco dell'omonima cosca.

Gli episodi in provincia di Vibo

Episodi analoghi si sono verificati negli ultimi anni anche in provincia di Vibo Valentia. Due i casi più eclatanti, a Sant'Onofrio e a Stefanaconi. Nel primo centro, in particolare, "regno" della cosca Bonavota, su disposizione del vescovo, mons. Renzo, il “rito dell'Affruntata", l'incontro nel giorno di Pasqua tra la Madonna ed il Cristo Risorto, fu "commissariato" per due anni. In occasione di una delle due interruzioni, le statue furono portate dai carabinieri, mentre la volta successiva a sostenere le effigi sacre furono i volontari della Protezione civile comunale, scelti in base a un sorteggio e dopo una disamina della loro fedina penale. Analoga procedura fu seguita per un anno, sempre su disposizione di Mons. Renzo, a Stefanaconi dopo la scoperta della pesanti ingerenze da parte della cosca Patania. Anche in quel caso i portatori furono estratti a sorte tra i volontari della Protezione civile.

Gli inchini

Da sempre la criminalità organizzata utilizza simboli e riti religiosi per dimostrare il suo potere e ostentare al mondo la sua esistenza. Il santuario della Madonna della Montagna, a Polsi (Reggio Calabria), nel cuore dell'Aspromonte, è indicato in diverse inchieste della magistratura come luogo d'incontro – in concomitanza con la festa dell'1 e 2 settembre che richiama migliaia di fedeli - delle cosche di 'ndrangheta per decidere di affari e strategie. Tanti anche gli "inchini" nel corso delle processioni: sono diverse quelle finite nel mirino degli investigatori per il sospetto di una strumentalizzazione da parte della 'ndrangheta con gli “omaggi” rivolti alle abitazioni dei boss locali. La Conferenza episcopale regionale ha predisposto un vademecum nel quale sono contenute le direttive per i sacerdoti.

I casi in Sicilia

L'inchino è un'abitudine che sconfina anche nelle altre mafie: è del 2014 un altro caso in occasione della processione della Madonna del Carmelo nel quartiere Ballarò di Palermo, dove i padri carmelitani si sono dovuti difendere dall'accusa di aver fatto fermare il corteo per tributare "onori" a un boss in cella al 41 bis. Nel 2015, invece, a Paternò, nel Catanese, la processione durante i festeggiamenti di Santa Barbara, si fermò davanti alla casa di un esponente del clan Santapaola, in quel momento detenuto, che fu “omaggiato” sulle note della colonna sonora de “Il padrino”.

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