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Caporalato, in Italia 50% dei braccianti agricoli lavora in nero

Foto d'archivio: Ansa
3' di lettura

L’emergenza migranti ed il caporalato sono due fenomeni strettamente connessi tra di loro. Extracomunitari, ma non solo loro, sfruttati nelle campagne del sud Italia. Con paghe da fame: un euro l'ora, quando va bene

L’emergenza migranti ed il caporalato. Due fenomeni strettamente connessi tra di loro. Extracomunitari, ma non solo loro, sfruttati nelle campagne del sud Italia. Con paghe da fame. A volte, quando va bene, un euro l’ora. Costretti a vivere in abitazioni fatiscenti. Senza servizi igienici. In alloggi di fortuna. Costruiti, molte volte, con quello che si trova per strada.

Che cos'è il caporalato

Il caporalato, in poche parole, non è altro che lo sfruttamento del lavoratore. Sottopagato, spesso maltrattato e costretto ad orari di lavoro massacranti. Da due anni, finalmente, è diventato anche un reato perseguito dalla legge. Chi recluta manodopera sfruttandola, approfittando dello stato di bisogno commette il reato di “caporalato” che è perseguibile con il carcere da uno a sei anni e con delle multe che vanno dai 500 ai mille euro per ciascun lavoratore sottopagato e maltrattato.

Nelle nostre campagne è una realtà che, nonostante le operazioni messe a segno dalle forze dell’ordine, continua ad essere presente nel nostro paese. Il 50% dei braccianti agricoli in Italia lavora in nero. Emerge questo dal rapporto annuale dell’ispettorato nazionale del lavoro del 2017. Dati preoccupanti. 7.265 ispezioni che hanno portato ad accertare la presenza di 5.222 lavoratori irregolari, di cui 3.549 in nero per un tasso di irregolarità pari al 50%. Le attività di polizia giudiziaria hanno inoltre permesso di individuare 386 lavoratori agricoli vittime di sfruttamento. E le prospettive per il 2018 non sono di certo migliori.

Fenomeno diffuso

Ma il fenomeno è ben più ampio. Considerando che, soprattutto al sud, i migranti vengono chiamati a lavorare anche in campagne ‘private’ e non in aziende agricole registrate e che più facilmente riescono a sfuggire ai controlli. In Sicilia il fenomeno è diffusissimo. Soprattutto nelle zone del trapanese e del ragusano. A Campobello di Mazara, in provincia di Trapani, era stata costruita una vera e propria tendopoli che ospitava 1200 extracomunitari che, ogni giorno, venivano sfruttati nelle campagne. Sgomberata più volte è stata prontamente rimessa in piedi. Nel ragusano invece i lavoratori in nero vengono sfruttati nelle serre. Tra loro è molto numerosa la comunità rumena.

Le associazioni umanitarie sono impegnate nella lotta al caporalato ma spesso sono costrette a scontrarsi con la diffidenza di chi viene sfruttato e che preferisce avere paghe da fame e vivere in condizioni precarie invece che denunciare i propri sfruttatori. Quando il muro però viene abbattuto ecco che arrivano le operazioni di polizia con gli arresti. Chi trova il coraggio per denunciare non viene poi lasciato solo. Viene aiutato dalle associazioni per il reinserimento sociale. Ma è ancora un fenomeno troppo poco diffuso. Mentre il caporalato continua a crescere.

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