Vent'anni dalla tragedia del Cermis

Cronaca

Il 3 febbraio 1998 un jet dei marines statunitensi in volo sui cieli italiani tranciò il cavo di una funivia nei pressi di Cavalese, provocando la morte di 20 persone. Una strage rimasta senza colpevoli

Un jet dei marines degli Stati Uniti in volo nei cieli italiani trancia il cavo di una funivia, provocando il crollo della cabina e la conseguente morte dei suoi passeggeri. Sono passati vent'anni dalla tragedia del Cermis, del 3 febbraio 1998. E ancora c'è chi associa la parola Cermis a uno dei capitoli più neri della storia del nostro Paese. Fu il secondo, dopo Sigonella (1985), a creare un incidente diplomatico fra Italia e Stati Uniti. Perché fu chiarito che l'errore umano dei piloti fu accompagnato da una "leggerezza" nell'attuazione dei protocolli di volo. Nonostante le prove di un'indagine rigorosa, nessuno dei responsabili subì una condanna per la morte di venti persone.

I fatti del 3 febbraio 1998

La tragedia del Cermis si verificò in un contesto di enormi cambiamenti geopolitici. Erano gli anni della guerra in Kosovo e gli Stati Uniti si preparavano a nuove offensive aeree nei Balcani, sfruttando la base di Aviano per effettuare esercitazioni. Rientrava in questo protocollo anche il volo di addestramento a bassa quota che alle 14.36 del 3 febbraio 1998 partì dalla base friulana con quattro marines a bordo. L'aereo, un velivolo da guerra elettronica Grumman EA-6B Prowler, era pilotato dal capitano Richard Ashby. Con lui c'erano il navigatore Joseph Schweitzer e, sulla parte posteriore del mezzo, i due addetti ai sistemi di guerra elettronica, William Rancy e Chandler Seagraves. Passò meno di un'ora quando, alle 15.12, il jet in volo fra le Alpi recise con l'ala il cavo di una funivia nei pressi di Cavalese, nella provincia autonoma di Trento. La cabina, con a bordo venti persone, crollò al suolo da 150 metri di altezza. Sette secondi di caduta libera fino all'impatto che provocò la morte sul colpo di tre italiani, sette tedeschi, cinque belgi, due polacchi, due austriaci e un olandese.

Il tentativo di depistaggio

Nonostante i gravi danni riportati, il velivolo statunitense riuscì a ritornare alla base di Aviano, a circa 90 chilometri dal luogo dell'incidente. Un fascicolo fu aperto alla Procura di Trento, che pose sotto sequestro il velivolo dopo aver appurato che un frammento di cavo era rimasto incastrato nella fusoliera. Fu una mossa provvidenziale, che evitò un presunto tentativo di depistaggio. Subito dopo il ritorno del volo - infatti - avrebbero preparato il veicolo per la riparazione immediata. Giorni dopo l'incidente, i pm italiani chiesero di poter processare in Italia quattro membri dell'equipaggio. L'istanza venne respinta dal gip di Trento che dovette riconoscere la Convenzione di Londra del 1951 sullo status dei militari Nato e trasferire le carte al giudice statunitense.

Le indagini sul caso

Quattro giorni dopo l'incidente, il presidente Usa Bill Clinton, garantì pubblicamente un'inchiesta seria per accertare le responsabilità. In un precedente colloquio con l'allora presidente del consiglio italiano, Romano Prodi, Clinton fu messo davanti alla possibilità di perdere l'importante base di Aviano. Del caso fu incaricato l'investigatore Mark Fallon del Naval Criminal Investigative Service (NCIS) l'agenzia della Marina che si occupa dei casi riguardanti il corpo dei Marines. Fallon indagò scrupolosamente arrivando a interrogare, casa per casa, i cittadini di Cavalese in cerca di testimonianze utili. Il colpo alle indagini, però, fu dato dal generale Mike DeLong che decise di inserire nell'inchiesta una commissione dei Marines stessi. Questa avrebbe redatto il rapporto finale in base alle investigazioni di Fallon.

Le conclusioni degli investigatori

La difesa dei quattro marines si basava sul malfunzionamento dell'altimetro di bordo che, a detta dei legali, non avrebbe segnalato al pilota la discesa sotto la quota consentita. L'altitudine e la velocità da rispettare durante il volo erano rispettivamente di 305 metri e di 830 chilometri orari. Per cercare di far chiarezza su questi due dati, Fallon prima interrogò diversi testimoni oculari, che riferirono di aver visto l'aereo estremamente basso; poi passò all'esame dell'altimetro del jet che, contrariamente alla versione dei piloti, non presentava guasti. Fallon esaminò anche i tabulati di volo che dimostrarono come Ashby avesse più volte superato la velocità massima. L'investigatore trovò anche una telecamera amatoriale a bordo e dispose l'esame del nastro in essa contenuto, ma la cassetta risultava non registrata. La commissione dei marines cercò di limitare la responsabilità dei piloti parlando dei cavi non segnalati sulle mappe di navigazione, del fatto che Ashby non volava a bassa quota da 6 mesi e, infine, che gli equipaggi non sarebbero stati informati delle nuove regole per il volo a bassa quota. Le conclusioni erano chiare: l'Ncis puntava sulla negligenza, la commissione di Marines indicava errori di sistema non imputabili ai piloti.

La Corte Marziale

Con questo fascicolo i quattro membri dell'equipaggio finirono davanti alla Corte Marziale di Camp Lejeune, in North Carolina, accusati dal tenente colonnello Stuart Couch di numerosi reati: dai 20 omicidi colposi (o involontari, secondo la dicitura Usa) alla condotta negligente di velivolo; rischiavano una condanna fino a 20 anni di reclusione per ciascuna delle vittime. Gli imputati arrivarono a giudizio dopo che anche il corpo dei Marines, per voce del generale DeLong, aveva ammesso pubblicamente le responsabilità dell'equipaggio. Il procuratore Couch strinse un accordo con i due membri dell'equipaggio Rancy e Seagraves, promettendo loro l'immunità in cambio di nuove dichiarazioni. Questi raccontano che subito dopo l'atterraggio, il pilota e il navigatore rimasero per qualche minuto all'interno del veicolo, un comportamento contrario al protocollo d'emergenza. Si scoprirà che quel ritardo fu causato dal cambio della cassetta nella videocamera. In un'inchiesta del National Geographic del 2012, Schweitzer ammetterà di aver girato a bordo del volo un video ricordo in cui si vedevano le Alpi a bassa quota e i membri dell'equipaggio in cabina. L'ufficiale confesserà di aver cambiato il nastro per evitare che la sua faccia sorridente venisse associata da qualche telegiornale al sangue delle vittime. La Corte Marziale proscioglierà lui e il pilota Ashby dalle due accuse principali, ma successivamente li condannerà a 6 mesi di prigione e alla radiazione con disonore dal corpo dei Marines, per intralcio alla giustizia. La loro unica colpa riconosciuta e punita, alla fine, fu quella di aver distrutto un nastro amatoriale.

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