Sms, chat, social: come il digitale sta cambiando l’italiano scritto

Cronaca

Valeria Valeriano

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Questi strumenti modificano il modo di scrivere delle persone e, di conseguenza, la lingua. Tra velocità e mancanza di competenze, però, gli errori aumentano. Un tema che riguarda non solo l’Italia. Nei Paesi anglofoni, ad esempio, rischia di scomparire l’apostrofo

di Valeria Valeriano

Dio salvi la regina. Ma anche l’apostrofo. Da tempo è in corso nei Paesi anglofoni un dibattito sul destino di questo carattere tipografico. Destino che, temono alcuni esperti, potrebbe essere ormai segnato. A dare il colpo di grazia sarebbero gli sms, le chat, i social network. Gli effetti che questi strumenti hanno sulla scrittura, in realtà, sono un tema che riguarda anche altre lingue. Compreso l’italiano.

Il declino dell’apostrofo

Che l’apostrofo sia sulla via del tramonto è l’opinione, ad esempio, della professoressa Nenagh Kemp dell'Università della Tasmania, che da anni studia le interferenze della scrittura digitale sulla grammatica. Di recente, insieme a due colleghi della Coventry University, ha pubblicato una ricerca – ripresa da giornali come il Times e il Wall Street Journal - condotta su alcuni ragazzi del suo ateneo: rivela che, tra abbreviazioni, genitivo sassone e plurali, anche gli studenti universitari fanno fatica a utilizzare l’apostrofo nel modo corretto. L’uso improprio, in realtà, c’è sempre stato. Lo dimostrano anche studi datati inizio Novecento. Ma, sostiene Kemp, la comunicazione digitale ha amplificato il problema, l’ha allargato e ha accelerato il declino di questo carattere. Tanto che, continua, presto l’apostrofo potrebbe sparire del tutto. Nonostante gli sforzi della “Apostrophe protection society”, che si batte per preservarlo, e degli “apostrophiser”, che correggono i segni sbagliati sui muri e sui cartelli delle città. “Con gli sms e i social – spiega la professoressa –, per le persone la cosa importante non è tanto scrivere nel modo corretto, quanto che il messaggio arrivi. Alcuni conoscono le regole grammaticali, ma scelgono di non usarle per motivi di efficienza. L’apostrofo è una delle più grandi vittime di questa tendenza”.

In Italia

In Italia l’apostrofo, che ha un valore del tutto diverso rispetto alla lingua inglese, sembra essere al sicuro. Anzi, tra gli errori più frequenti che si leggono online spiccano apostrofi in più: “qual’è” al posto di “qual è”, “un’amico” o “un’altro” invece di “un amico” e “un altro”, “perche’” al posto di “perché”. Nella lista degli orrori più diffusi ci sono anche “pò” e “cè né” (in questi casi sì, serve l’apostrofo: “po’” e “ce n’è”). Insieme a virgole messe a caso e puntini di sospensione in numero diverso da tre.

L’evoluzione della lingua

“Non è detto che, tra diversi anni, alcuni di quelli che oggi sono considerati errori non diventeranno forme accettate. Le lingue nascono e si sviluppano proprio grazie agli errori”. A dirlo è Andrea de Benedetti, insegnante e linguista, autore di diversi libri sul tema (come “La situazione è grammatica”, Einaudi). Alla domanda se i social stiano cambiando l’italiano, risponde: “Sì, certo, così come le altre lingue. Ma per la nostra è un processo ancora più evidente, perché è rimasta immobile per tanto tempo. Solo dal secondo dopoguerra inoltrato i dialetti hanno iniziato a fare spazio all’italiano”. “La lingua – spiega – è come un Parlamento. I cittadini esercitano il diritto di voto parlando. Con i social la base elettorale si è allargata. Siamo tutti elettori della lingua scritta. Questi elettori, inevitabilmente, ne orientano l’andatura e l’evoluzione”.

Le caratteristiche dell’italiano digitale

Anche Marco Biffi, responsabile del sito web dell'Accademia della Crusca e docente di Linguistica all’Università degli studi di Firenze, è d’accordo sul fatto che le chat e i social stiano influenzando e cambiando “in parte” l’italiano scritto. Ma quello digitale, spiega, è un registro a sé, è “un parlato camuffato da scrittura”. È una lingua veloce, con caratteristiche tutte sue: sintassi più semplice, frasi corte, niente subordinate, punteggiatura al minimo (con buona pace, ad esempio, del sempre meno usato punto e virgola), parole spesso abbreviate, simboli mescolati alle lettere. “Utilizza una tastiera, ma imita la voce – dice Biffi –. La punteggiatura diversa, i segni grafici, le emoticon, oltre a logiche di rapidità ed economia, rispondono proprio all’esigenza di ridare vitalità orale a una lingua scritta”. “È un italiano digitato – aggiunge de Benedetti –. Non è propriamente né parlato né scritto: si esprime attraverso il codice della scrittura, ma ha le caratteristiche del parlato. A cominciare dal fatto che di solito la pianificazione, tipica della scrittura, è nulla: viene creato di fretta, senza rifletterci e senza ricontrollare”.

Fretta o ignoranza?

Quello digitale è un italiano generalmente più trasandato, impoverito, meno curato. “Non è né meglio né peggio. È un italiano funzionale, che assolve i suoi compiti”, sostiene de Benedetti. Spesso, però, contiene degli errori. Dettati dalla fretta e dalla disattenzione, forse. Ma anche dalla mancanza di competenze. “La scrittura digitale è lo specchio di come scrivono gli italiani, delle loro competenze linguistiche – dice Biffi –. Ora chiunque può scrivere, anche chi prima non avrebbe compilato nemmeno la lista della spesa. E non sempre si hanno gli strumenti linguistici adeguati”. Un problema che non riguarda solo gli italiani meno istruiti o più avanti con l’età. Lo scorso febbraio centinaia di docenti universitari hanno firmato una lettera. Il succo? Molti studenti scrivono male in italiano, non c'è più tempo da perdere, bisogna intervenire. Una denuncia, quindi, delle “carenze linguistiche dei ragazzi (grammatica, sintassi, lessico), con errori appena tollerabili in terza elementare”. Colpa degli sms - che per primi 25 anni fa hanno velocizzato il modo di scrivere di milioni di persone - delle chat, dei social network? Colpa della capacità di penetrazione di questi strumenti, che fanno in modo che un errore o un uso sbagliato prendano piede più facilmente? “È un problema complesso – dice Biffi –. La chiave, però, è che molte persone non si rendono conto che esistono diversi registri, che vanno usati nei contesti giusti. Molti giovani non hanno consapevolezza dei vari tipi di scrittura”. In altre parole: va bene usare l’italiano digitale, come una sorta di “scritto informale”, ma solo sui social o nelle chat. Non certo in mail ufficiali, temi, saggi.

Il congiuntivo

Biffi e de Benedetti, comunque, concordano sul fatto che, per ora, non ci siano elementi della nostra lingua messi a rischio, come l’apostrofo inglese, dal digitale. “Il nocciolo duro resiste agli attacchi – dice de Benedetti –. E, in ogni caso, la lingua è imprevedibile e sempre in movimento. I social accelerano dei processi che probabilmente si verificherebbero lo stesso”. Nemmeno il congiuntivo sarebbe in cattiva forma. Su questo, però, i due esperti la pensano in modo diverso. “Il congiuntivo è a rischio solo in certi contesti, ma di certo non a causa dei social – dice Biffi –. Già dagli anni Ottanta ci sono studi che raccontano i nuovi tratti dell’italiano. Tra questi, un uso maggiore dell’indicativo al posto del congiuntivo. Ma è un cambiamento dovuto al fatto che, finalmente, l’italiano diventa una lingua viva, parlata da tutti. Mentre prima si usava solo il dialetto”. Per difendere il congiuntivo è scesa in campo anche la musica. “Ogni secondo in Italia vengono sbagliati 79 congiuntivi. È ora di dire basta!”, scrive su Facebook Lorenzo Baglioni, classe 1986, lanciando il brano con cui è candidato a partecipare a Sanremo giovani. La canzone, apprezzata anche dalla Crusca, è un divertente invito a coniugare i verbi nel modo giusto e ha registrato migliaia di visualizzazioni. Si va ad aggiungere ai tanti gruppi Facebook nati per “proteggere” il congiuntivo e deridere chi ne sbaglia l’uso. Tali iniziative, per de Benedetti, sono uno dei segnali che questo modo verbale “sta benissimo”. “Gode di ottima salute – dice –. C’è chi lo sbaglia, certo. Ma sono eccezioni. Alcune indagini, e anche il fatto che se ne parli, confermano quanto è alto il livello di attenzione e di sensibilità intorno a questo tema”. “Se proprio vogliamo parlare di specie a rischio – aggiunge de Benedetti – allora pensiamo ai poveri trapassato remoto e futuro anteriore. Chi li usa più?”. Quasi nessuno, in effetti. Ma chissà che, per la fine del 2018, qualcuno non “avrà accolto” questo appello.

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