Uber dovrà fornire informazioni a Google sull'acquisizione di Otto

Una delle automobili a guida autonoma prodotta da Uber (Getty Images)
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La Corte d'Appello americana ha stabilito che Anthony Levandowski, l'ingenere al centro della disputa tra le due società, dovrà spiegare rilevanti dettagli al colosso di Mountain View

Anthony Levandowski non potrà avvalersi del Quinto Emendamento della Costituzione degli Stati Uniti d'America, e quindi non potrà rifiutarsi di rispondere a domande che potrebbero comportarne l'autoincrimininazione. È quanto ha deciso la Corte d'Appello statunitense che ha quindi dato ragione a Waymo, la società di auto driverless creata da Google, nella causa intentata contro Uber e riguardante in particolare l'acquisizione della società di Levandowski, Otto, da parte del leader mondiale del trasporto automobilistico privato.

 

Perché Google ha fatto causa a Uber

Il colosso di Mountain View ha portato in tribunale la compagnia guidata da Travis Kalanick perché teme che il suo ex dipendente Anthony Levandowski, nel vendere ad Uber la compagnia di sua proprietà Otto, abbia in realtà trasferito alla compagnia anche le tecnologie segrete di Waymo legate all'automazione alla guida. Waymo ha dichiarato che Levandowski avrebbe firmato un accordo con gli avvocati di Uber - proprio qualche giorno dopo aver lasciato Google - in cui l'azienda di Kalanick si sarebbe impegnata nel difendere l'ingegnere in giudizio qualora fossero sorte controversie legali circa la vendita di Otto a Uber. Così Waymo ha chiesto a Levandowski di produrre i documenti idonei a spiegare nei dettagli l'accordo di cessione tra Otto e Uber, ma quest'ultimo si è opposto dicendo che la presentazione di tali documenti avrebbe violato il Quinto Emendamento: un'opposizione che è stata però rigettata.

 

Le altre conseguenze della vendita di Otto a Uber

La decisione della corte di appello ha anche stabilito che Waymo, come aveva richiesto, potrà accedere al report di due diligence commissionato da Uber mentre era in procinto di acquisire Otto. Secondo Waymo infatti questo documento dovrebbe contenere prove idonee a dimostare che Uber sapeva che Otto stava utilizzando una tecnologia rubata: un'accusa fermamente respinta dalla compagnia guidata da Kalanick. Sia Waymo che Uber hanno rifiutato di commentare la decisione della corte d'appello e ora è molto atteso il prossimo appuntamento di questa vicenda, previsto per il 3 maggio. In questa occasione, un giudice deciderà se emettere un'ingiunzione preliminare che potrebbe impedire a Levandowski di continuare a lavorare per Uber o perfino impedire a quest'ultima di proseguire nella realizzazione dei sistemi a guida autonoma, fino a che non sarà chiarita la contesa legale con Waymo.

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