I cambiamenti climatici minacciano il pinguino africano

Rischio estinzione per il pinguino africano (Getty Images)
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La popolazione residua di questa specie è messa a rischio dalla pesca intensiva e dagli spostamenti dei pesci di cui è solita nutrirsi  

Gli effetti dei cambiamenti climatici, combinati con le attività umane, hanno creato una vera e propria "trappola ecologica" che sta minacciando la sopravvivenza del pinguino africano (il cui nome scientifico è Sphenicus Demersus). È quanto emerge da una ricerca pubblicata su "Current Biology" che ha coinvolto l'università britannica di Exeter e quella di Città del Capo.



Rischio estinzione - Secondo l'International union for conservation of nature (IUCN) restano attualmente solo 80mila esemplari adulti di pinguini africani (presenti in particolare in Namibia e Sudafrica), con un "rapido declino della popolazione che non mostra segni di ripresa". Un dato che colloca questa specie nella "red list" delle specie a rischio d'estinzione curata dall'ente. La ristretta popolazione residua è minacciata ulteriormente, oltre che dall'intensa attività di pesca diffusa nel suo habitat, anche da un meccanismo ambientale instaurato dai cambiamenti climatici ed evidenziato dal recente studio. L'animale infatti tende istintivamente a cercare cibo in alcune aree di mare caratterizzate da temperature più basse e da una notevole concentrazione di clorofilla: elementi che favoriscono la presenza di pesci come acciughe e sardine, di cui il pinguino si ciba. Ma i cambiamenti verificatisi nella temperatura e nella salinità delle acque hanno spinto queste prede a spostarsi in aree diverse, mentre il pinguino africano non si è adattato al mutamento riscontrando grandi difficoltà a trovare il nutrimento necessario alla sua sopravvivenza.



Monitoraggio scientifico - Per giungere a questa conclusione i ricercatori hanno monitorato via satellite il comportamento di 54 esemplari giovani di pinguino africano appartenenti a otto diverse colonie. Hanno così scoperto come quegli stessi segnali naturali che precedentemente permettevano loro di individuare il cibo, li stiano ora mettendo in pericolo: "Prima erano indizi affidabili che indicavano acque ricche di prede - ha spiegato a "The Independent" Richard Sherley della Exeter University, uno dei ricercatori coinvolti nello studio - ma i cambiamenti climatici e la pesca industriale hanno ridotto il cibo per questi pesci". Una dimostrazione di come questi fattori stiano modificando gli oceani anche se, come ha confermato dagli studiosi, "ancora non si è compresa del tutto la portata del loro impatto". Si tratta comunque di un meccanismo pericoloso che per essere ostacolato richiede azioni conservative degli habitat delle diverse specie e misure drastiche come l'interruzione della pesca, quando questa compromette irrimediabilmente gli ecosistemi marini.

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