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È italiano il primo robot viticcio che imita le piante rampicanti

3' di lettura

Ideato dal Centro di Micro-Biorobotica dell’IIT, il robot soffice riesce ad arrampicarsi su un supporto e potrebbe ispirare la realizzazione di nuovi tutori o braccia flessibili 

I progressi futuri dei robot indossabili passano anche da un’invenzione italiana: è infatti nato un automa in grado di imitare il comportamento delle piante rampicanti, maestre nell’adattarsi all’ambiente circostante per favorire il proprio sviluppo. L’innovativo viticcio artificiale è frutto del lavoro dei ricercatori del Centro di Micro-Biorobotica di Pontedera dell’Istituto Italiano di Tecnologia. I risultati del gruppo coordinato da Barbara Mazzolai, di cui si parla su Nature Communications, rappresentano un’importante base per l’avvenire della robotica soffice poiché in grado di ispirare la realizzazione di dispositivi quali, ad esempio, tutori o braccia flessibili.

Il robot che si arrampica come le piante

Ma perché prendere ispirazione proprio dalle piante rampicanti? In natura, durante la propria crescita, questi vegetali devono far fronte a più esigenze, bilanciando il bisogno di ricercare nutrienti necessari allo sviluppo con quello di evitare ostacoli e sostanze nocive. Un compromesso che porta le piante a maturare una grande capacità di adattarsi a ciò da cui sono circondate, come dimostrato dai viticci che allungandosi sono in grado di arrotolarsi lungo supporti esterni. Questo genere di movimento è dato da un meccanismo che sfrutta il trasporto dell’acqua all’interno degli organismi, un processo (osmosi) che i ricercatori hanno studiato con attenzione per poi replicarlo all’interno del piccolo viticcio artificiale. Imitando dunque il comportamento delle piante, il viticcio ideato è capace di arrotolarsi e srotolarsi sfruttando la presenza di un supporto, riuscendo di fatto ad arrampicarsi.

Liquido con ioni per imitare l’osmosi

Il viticcio robotico si compone di un tubo flessibile di PET che presenta al suo interno un liquido con ioni, che grazie alla batteria da 1.3 Volt vengono prima attirati e poi immobilizzati sulla superficie di elettrodi flessibili. Il processo osmotico che ne risulta causa il movimento del liquido, che permette all’automa di srotolarsi. Sono state necessarie svariate competenze per rendere possibile la realizzazione del robot: il team di ricerca includeva il tecnologo dei materiali Indrek Must e l’ingegnere aerospaziale Edoardo Sinibaldi, oltre alla coordinatrice del gruppo Barbara Mazzolai, biologa che è stata inserita da RoboHub tra le 25 donne geniali della robotica nel 2015. I risultati raggiunti aprono ora a nuove interessanti opportunità, da tutori che possono cambiare forma ad altre tecnologie che sfruttino la possibilità di adattarsi all’ambiente circostante. Non è un caso che il team di Mazzolai sia già stato coinvolto nel progetto finanziato dalla Commissione Europea chiamato GrowBot, che punta a sviluppare robot che sappiano riconoscere superfici e supporti a cui ancorarsi durante lo stesso processo di crescita. 

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