Google citata in giudizio dall'antitrust australiana: dati GPS conservati senza consenso

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Immagine di archivio (Getty Images)

L’Australian Competition & Consumer Commision (ACCC) ha portato il colosso di Mountain View davanti alla Corte Federale con l’accusa di non aver mai comunicato in modo chiaro le modalità con cui è possibile interrompere la raccolta dei dati di localizzazione 

L’Australian Competition & Consumer Commision (ACCC) ha citato in giudizio Google e l’ha portata davanti alla Corte Federale con l’accusa di aver ingannato i suoi utenti: il colosso di Mountain View avrebbe continuato a conservare i dati sulla posizione dei fruitori anche dopo la disattivazione di ogni servizio di localizzazione. Secondo l’antitrust australiana, l’azienda non avrebbe mai comunicato in modo chiaro che per interrompere la raccolta dei dati di localizzazione non basta disabilitare la Cronologia delle posizioni, ma è necessario anche disattivare la voce ‘Attività Web e App’, che raccoglie la stessa tipologia di informazioni sensibili.

Le accuse dell’antitrust australiana

L’antitrust australiana intende dimostrare che Google ha raccolto i dati sulla posizione relativi a utenti convinti di aver negato l’accesso del colosso di Mountain View a questo genere di informazioni: un malinteso che, secondo l’Australian Competition & Consumer Commision, dipenderebbe dalle informazioni poco chiare diffuse dall’azienda californiana. Inoltre, Google avrebbe ‘ricattato’ gli utenti, spingendoli a credere che la rinuncia alla raccolta dei dati avrebbe reso impossibile accedere ad alcuni servizi. In realtà basta modificare alcune impostazioni per continuare a utilizzare ogni funzione utile. Oltre a richiedere delle sanzioni economiche esemplari, l’ACCC vuole che Google riveda la propria comunicazione e che si assuma ogni responsabilità legale.

La posizione di Google

Pur respingendo ogni accusa, Google dichiara di essere intenzionata a collaborare con l’Australian Competition & Consumer Commision. Il colosso di Mountain View, inoltre, sostiene di essere pronto a difendersi dalle contestazioni mosse dall’antitrust australiana. Non è la prima volta in cui vengono sollevati dei dubbi sul monitoraggio della posizione effettuato dall’azienda californiana. Nel corso del 2018 lo stesso problema era stato evidenziato dai risultati di un’inchiesta condotta dall’Associated Press, la cui validità era stata confermata dai ricercatori informatici dell’Università di Princeton. Gli esperti avevano evidenziato come molti servizi di Google conservassero le informazioni relative alla localizzazione a prescindere dal consenso degli utenti. 

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