Usa: perché le emoji stanno mettendo in crisi i tribunali

Tecnologia
Immagine di archivio (Getty Images)

Sempre più giudici si ritrovano a dover interpretare le faccine utilizzate nei messaggi tra le prove presentate, ma le corti faticano ad accettare questa novità, con conseguenti difficoltà 

Le sentenze in tribunale passano ormai anche dalle emoji. Sono sempre di più negli Stati Uniti i processi in cui i giudici, per valutare le tesi di accusa o difesa, si ritrovano a dover interpretare anche quelle faccine così spesso utilizzate durante le conversazioni su svariati dispositivi, una novità che però crea delle difficoltà. Secondo Eric Goldman, professore di legge all’Università di Santa Clara, il crescente utilizzo delle emoji, evoluzione delle più vecchie emoticon, non va però di pari passo con l’apertura delle corti, che faticano ancora a comprendere la rilevanza di questi elementi.

L’importanza delle emoji in tribunale



Le emoji si utilizzano sempre più spesso per conferire alla conversazione un senso differente, affidandosi ai simboli per ciò che non si può o non si vuole esprimere a parole. A partire dal 2004, anno del primo caso, le faccine hanno cominciato ad apparire anche nei tribunali degli Stati Uniti, spesso rappresentando nodi cruciali che consentivano di interpretare un caso in una o nell’altra direzione, cercando di risolvere l’ambiguità che l’uso di questi simboli spesso comporta. Secondo Goldman, sono soprattutto casi relativi a prostituzione o adescamento sessuale a richiedere l’interpretazione delle emoji, che tuttavia negli anni si sono diffuse in sempre più ambiti, tanto che nel 2018 sono stati oltre 50 gli episodi in cui un giudice ha avuto a che fare con le faccine.

Emoji parti cruciali delle conversazioni

Le continue novità portate dalla tecnologia e la differenza nel modo in cui le stesse emoji vengono rappresentate su diverse piattaforme rischia di creare ulteriori difficoltà in futuro. In un esempio portato da Goldman, le prove presentate contro un uomo accusato di gestire un giro di prostituzione comprendevano alcuni messaggi contenenti faccine che avrebbero fatto pensare a una relazione di lavoro illegale tra l’imputato e una donna. Tuttavia, la difesa sosteneva che i simboli in questione indicassero un rapporto romantico tra i due, costringendo il giudice a interpretare le emoji. Secondo Goldman, si tratta soltanto di uno dei tanti casi che dimostra come le emoticon rappresentino ormai “una parte cruciale della conversazione, e devono essere comprese e non ignorate”. Di conseguenza, è fondamentale che gli avvocati imparino a trattare con familiarità questi elementi, che potrebbero pesare sempre di più nella decisione finale del giudice.

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