Odissea Djokovic: sospesa l’espulsione, ma il campione torna in stato di fermo

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Il ministero dell'Immigrazione australiano ha revocato per la seconda volta il documento d’ingresso del tennista serbo "sulla base del fatto che ciò era nell'interesse pubblico". L'atleta ha fatto ricorso contro l'espulsione e in un'udienza di emergenza la sua richiesta è stata accolta da un giudice, con successivo ok dell'esecutivo. Il governo però ha poi chiesto e ottenuto che Nole sia posto in stato di fermo da sabato mattina

Novak Djiokovic rimane in Australia ma sarà in stato di fermo. Il ministero dell'Immigrazione, in mattinata, aveva annullato per la seconda volta il visto del tennista, arrivato nel Paese per partecipare agli Australian Open con un'esenzione dalla vaccinazione anti-Covid considerata non valida. Ma di nuovo la giustizia australiana ha accolto il ricorso del serbo e in un'udienza di emergenza un giudice ha sospeso la sua espulsione. Una decisione poi accettata e confermata anche dall'esecutivo, che ha però chiesto e ottenuto che Djokovic sia posto in stato di fermo da sabato mattina, dopo aver sostenuto un colloquio con i funzionari dell'Immigrazione. L'atleta - ha precisato il suo avvocato, Stephen Lloyd - sarà trattenuto in detenzione con una sola eccezione: potrà partecipare alle udienze giudiziarie che lo riguardano, online dagli uffici dei suoi avvocati, con i funzionari della Border Force schierati sullo stesso piano dell'edificio. I legali che rappresentano le due parti hanno convenuto sull'opportunità di optare per un luogo sconosciuto per la detenzione, per evitare il "circo mediatico" di cui sono preoccupati i suoi avvocati. Il giudice Anthony Kelly ha anche deciso di deferire il caso a un nuovo tribunale e un nuovo giudice, nonostante la contrarietà dei legali del tennista che temono un rallentamento del procedimento.

Il ministro: "Interesse pubblico"

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"Oggi ho esercitato il mio potere di annullare il visto detenuto dal sig. Novak Djokovic per motivi di salute e ordine pubblico - aveva detto il ministro dell'Immigrazione, Alex Hawke, in una nota - sulla base del fatto che ciò era nell'interesse pubblico". La Bbc spiega che la decisione era stata presa sulla base dell'Australia's Immigration Act, che permette l'espulsione di chiunque rappresenti un potenziale rischio "per la salute, la sicurezza o l'ordine della comunità australiana". "Nel prendere questa decisione - aveva aggiunto il ministro - ho tenuto conto delle informazioni che mi sono state fornite dal ministero dell'Interno, dalla polizia di frontiera e dal signor Djokovic". Hawke ha assicurato che il suo governo "è impegnato a proteggere le frontiere australiane, in particolare in relazione alla pandemia di Covid-19".

Morrison: "Proteggiamo i sacrifici degli australiani"

Anche il premier australiano Scott Morrison aveva detto che la decisione di annullare il visto di Djokovic è stata presa per "proteggere" i sacrifici compiuti dalla popolazione durante la pandemia. "Questa pandemia è stata incredibilmente difficile per ogni australiano ma siamo rimasti uniti e abbiamo salvato vite e l'economia", ha sottolineato in una nota il capo del governo conservatore. "Gli australiani hanno fatto molti sacrifici e giustamente si aspettano che il risultato di questi sacrifici venga protetto ed è ciò che sta facendo il ministro con la sua iniziativa", ha aggiunto il premier, spiegando che non interverrà più sulla questione per rispettare "il prevedibile procedimento legale".

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Djokovic è arrivato in Australia il 5 gennaio per partecipare agli Australian Open che inziano lunedì 17. In aeroporto è stato però bloccato e interrogato per alcune irregolarità riguardanti l'esenzione dal vaccino anti-Covid e il visto, ed è stato poi trasferito in un centro di detenzione per immigrati a Melbourne in attesa dell'espulsione. Il 10 gennaio il tennista, che ha dichiarato nel frattempo di aver avuto il Covid ed essere guarito, ha vinto il ricorso sul visto ed è stato rilasciato. Ma sono emerse poi altre incongruenze sui suoi documenti, nei quali dichiarava di non aver viaggiato nei precedenti 14 giorni all'ingresso nel Paese, quando invece a Natale sarebbe stato a Belgrado, passando poi per la Spagna prima di imbarcarsi per l'Australia. Djokovic ha dichiarato che si è trattato di un "errore umano" del suo staff nella compilazione dei documenti. Ma nella polemica rientra anche una violazione della quarantena per i positivi al Covid in Serbia: l'atleta ha riferito di aver fatto il 16 dicembre un test antigenico, nonostante fosse asintomatico, in cui è risultato negativo. Lo stesso giorno, per maggiore "prudenza", ha raccontato di aver fatto anche un tampone molecolare, che ha dato invece esito positivo. Ma quando l'indomani ha incontrato un gruppo di giovani tennisti, ha precisato, non aveva ancora avuto il risultato, e un ulteriore test rapido era stato ancora negativo. Il 18 dicembre però, quando ha rilasciato un'intervista programmata all'Equipe, era invece consapevole di essere stato contagiato, ha ammesso poi Djokovic, affermando di non aver cancellato l'impegno per non "deludere il giornalista".

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