La folle storia del caso Djokovic-Australian Open

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Giuseppe De Bellis

Giuseppe De Bellis

Il numero uno al mondo non deve per forza dare l’esempio a tutti, ma preoccuparsi di non apparire privilegiato agli occhi dei suoi colleghi tennisti. L'editoriale del direttore di SkyTG24

Raramente, persino in questi due anni così assurdi, si è vista una storia così incredibile come quella del caso Djokovic-Australian Open. Pasticcio, figuraccia, furbata, vergogna: la scala del giudizio è mobile, anche in virtù di opinioni e convinzioni personali di molti dei giudici mediatici che ne stanno parlando.

Diciamo che per garantismo decidiamo di prendere il gradino del pasticcio. Per Djokovic stesso, per il governo australiano e soprattutto per gli organizzatori dell’Australian Open che hanno concesso al tennista serbo l’esenzione medica che gli dovrebbe consentire di partecipare al torneo anche se non vaccinato contro il Covid-19. Pasticcio perché per settimane la comunicazione generale era stata: niente vaccino, niente torneo. E Djokovic era stato sempre zitto, con atteggiamento di resistenza passiva o di sfida silente al sistema. Poi sull’orlo del burrone della mancata partecipazione del numero uno del mondo al primo slam della stagione, interviene l’esenzione per ragioni mediche.

 

Attenzione: non abbiamo alcun elemento per dire che non sia giustificata né legittima. Anzi. Ed è per questo che per convenzione stiamo parlando di pasticcio. Ma la situazione autorizza giudizi più tranchant, come quello della figuraccia, della furbata, della vergogna, perché comunque la si metta questa storia lascia il sospetto su quanto deboli siano i principi di fronte agli interessi. E di per sé la cosa non è né inedita né sorprendente, ma è totalmente fuori dal tempo: nel momento in cui tutti, in tutto il mondo, stanno facendo sacrifici e stanno limitando le proprie libertà e le proprie attività, il numero uno del mondo del tennis ottiene una deroga.

 

Gli organizzatori del torneo erano partiti con fermezza: gioca solo chi è vaccinato. Un approccio duro, coerente con le scelte del governo australiano. Perché non parlare subito di esenzioni mediche? Erano altrettanto coerenti e comprensibili perché è del tutto normale che su centinaia di giocatori alcuni avessero ragioni più che valide per non essere vaccinati. Volevano ingaggiare una battaglia politica. E lo stesso ha fatto Djokovic. L’aspetto procedurale, le norme, le regole intervengono alla fine, mentre per settimane il suo silenzio è stato figlio di una posizione nota a tutti e contraria all’obbligo vaccinale per gli atleti.

Posizione legittima, per quanto discutibile. Non si possono dimenticare le dichiarazioni pubbliche, né il torneo organizzato dal numero uno del mondo con le competizioni atp ferme in aperta ostilità alla decisione di non giocare. Torneo nel quale, peraltro, si creò un cluster di contagio.

 

Djokovic non è solo uno sportivo con una posizione personale e non è neanche tanto rilevante l’esempio che dovrebbe dare, come alcuni fanno notare in queste ore. Sulla vicenda è un soggetto politico, che ha ingaggiato un duello politico dal quale esce vincitore per ragioni procedurali. Perché l’esenzione sarà totalmente legittima dal punto di vista delle norme, ma se la questione fosse stata soltanto medica l’avrebbe potuto dire settimane fa: presenterò documenti che dimostrano perché non sono vaccinato. Senza aggiungere altro. Semplice. Privacy tutelata e regole rispettate. Invece la sensazione è quella dell’arroganza di chi sa che la sua esclusione è peggio per il torneo che per lui.

 

Il numero uno del mondo non deve per forza dare l’esempio a tutti, ma preoccuparsi di non apparire privilegiato agli occhi dei suoi colleghi tennisti sì. Tanto più che in diverse occasioni Djokovic ha voluto fare il paladino dell’intero mondo dei giocatori. E ora? Ora l’unica sua comunicazione è un post social in cui dice che parte per l’Australia. Come a dire: “Ho vinto”. Il che è peraltro vero, perché al momento in questo pasticcio governo australiano e organizzatori del torneo, in quanto istituzioni, hanno un onere in più e sta a loro evitare che questo pasticcio si trasformi in farsa.

Il blocco in aereo per un errore del visto, però, fa pensare al peggio: un’altra procedura per spostare il problema da politico a tecnico. Un’altra forma di deresponsabilizzazione che trasforma i protagonisti di questa vicenda in commedianti da pochi spiccioli, al di là di chi sono e di che cosa rappresentano.

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