ZeroZeroZero, l’intervista a Adriano Chiaramida e Giuseppe De Domenico

Creata da Stefano Sollima e in onda dal 14 febbraio alle 21.15 su Sky Atlantic, ZeroZeroZero racconta le dinamiche del narcotraffico: da chi vende a chi acquista droga. Nel cast internazionale compaiono i nomi di due italianissimi protagonisti: Adriano Chiaramida e Giuseppe De Domenico, nella serie Don Minu La Piana, capo dei capi della ‘ndrangheta, e Stefano La Piana, suo nipote. Leggi l’intervista.

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Venerdì 14 febbraio alle 21.15 su Sky Atlantic va in onda ZeroZeroZero, l’action crime drama di otto episodi da 50 minuti ambientato in tre continenti, sei diversi paesi ed ispirato all’omonimo best – seller di Roberto Saviano (Gomorra). Diretta da Stefano Sollima, Janus Metz (Borg McEnroe, True Detective) e Pablo Trapero (Mondo grua, The clan) la serie Sky Original è prodotta da Cattleya e Bartlebyfilm.

ZeroZeroZero segue il viaggio di un carico di cocaina, dal momento in cui un potente clan della ‘ndrangheta decide di acquistarlo fino a quando viene consegnato e pagato. Attraverso le storie dei suoi personaggi, ZeroZeroZero getta luce sui meccanismi con cui l’economia illegale diventa parte dell’economia legale e su come entrambe siano collegate da una spietata logica di potere e controllo che influenza le vite e le relazioni delle persone. Tra le organizzazioni criminali italiani spiccano due nomi: Don Minu La Piana, capo dei capi della ‘ndrangheta, e Stefano La Piana nipote di Don Minu, interpretati rispettivamente da Adriano Chiaramida (Romanzo Criminale – La serie) e Giuseppe De Domenico (Euforia). Per quest’ultimo si tratta di un debutto assoluto al fianco di due star come Andrea Riseborough e Dane DeHaan. Li abbiamo intervistati.

Come è stato recitare ed imparare il dialetto calabrese?
Adriano Chiaramida: Come imparare una lingua straniera. Avrei fatto prima ad imparare l'arabo da Toscano. Ogni parlata poi ha una sua gestualità, noi abbiamo cercato di ottenere l’insieme delle due cose.
Giuseppe De Domenico: Io sono stato un po’ più agevolato, venendo dalla provincia di Messina. Il mio personaggio di base vive con la propria famiglia a Reggio Calabria, quindi mi sono concesso un tipo di cadenza molto simile al mio dialetto di origine.

Oltre alla lingua e ai gesti, è stato difficile calarsi in una cultura che non è solo regionale, locale ma anche criminale?
Adriano Chiaramida: È stato sicuramente difficile quanto bello. Bisogna avere il piacere di divertirsi, di giocare, di estrapolare quello che si vede, che si sente, e metterlo nel proprio personaggio. Io diffido molto dagli attori che prima di fare una parte del genere si chiudono in camerino per ore.

Quando vi siete recati nei posti dove avete girato, qual è stata la reazione delle persone del luogo?
Adriano Chiaramida: Io personalmente ho scoperto che la 'ndrangheta in Calabria non esiste.
Giuseppe De Domenico: Sono stati tutti molto gentili, siamo stati ben accolti. Mai un momento di resistenza. Noi con ZeroZeroZero raccontiamo un aspetto di quella terra, il più negativo, ma tutta la parte bella e positiva si discosta completamente da quella realtà.

Quanto si spostano i vostri personaggi nel corso della serie?
Giuseppe De Domenico: Italia, New Orleans, Marocco. Non posso dire altro.

Com’è stato lavorare con un cast di un’altra nazionalità e lingua?
Giuseppe De Domenico: Sono passato dal vedere Gabriel Byrne come padre di Leonardo DiCaprio ne La maschera di ferro, ad averlo come vicino di camerino. Ammetto di non avere avuto il coraggio di parlargli. Con Dane DeHaan invece, essendo coetanei più o meno, la prima volta che gli ho parlato è stato per commentare un paio di sneakers tamarrissime. Anche con lui sono passato dal vederlo al cinema nel suo ultimo film, Valerian, a lavorarci insieme. Assurdo.
Adriano Chiaramida: Io forse, dopo tanti anni di teatro, mi sento un po’ presuntuoso sotto questo aspetto. In senso positivo ovviamente. Non ho pensato al fatto che c’era un cast internazionale, ho cercato nel mio possibile di fare bene e basta.

Nella serie viene fuori un dualismo tra mondo vecchio e mondo nuovo, tra nuove generazioni e vecchie generazioni. Come vivono questo dualismo i vostri personaggi?
Adriano Chiaramida: Per quanto riguarda il mio personaggio, Don Minu non ha un dualismo con il nipote, in un certo senso gli perdona “da vecchio boss” le sue iniziative.
Giuseppe De Domenico: È un tema molto importante questo. I genitori passano degli insegnamenti ai figli, ma quando uno di questi insegnamenti viene tradito è ovvio che lì c’è una rivalsa. Per me è importante scindere il potere da uno scontro generazionale. Lo scontro che ha Stefano, il mio personaggio, con il nonno non è dovuto al fatto di voler diventare subito il padrone assoluto dell’impero criminale, ma è più legato ad un tradimento interno che Stefano sente, legato ad un ideale trasmesso dal nonno. In virtù di questo c’è un atteggiamento di provocazione, di vendetta, ed è assolutamente convinto di essere nel giusto.

Come è stato doppiarsi dall’inglese all’italiano?
Giuseppe De Domenico: Il lavoro di doppiaggio in Italia ha una grande tradizione. È un lavoro però che si discosta per la sua matrice dal lavoro prettamente attoriale. Questa per me è stata una grandissima esperienza come attore, quindi il mio investimento di energie e di studi non poteva trovare anche lo stesso peso in una sala di doppiaggio. È nella natura stessa del progetto raccontare la globalizzazione.
Adriano Chiaramida: Quando si recita in presa diretta si fa quel che si può fare. Nel doppiaggio ci sono invece tante regole, tecniche da dover rispettare.

Che differenza c’è stata, se c’è stata, nel lavorare con tre registi?
Adriano Chiaramida: Il primo in assoluto è stato Sollima che ha dato la direttiva, gli altri hanno portato avanti la sua idea. Mi piace Stefano perché si fa capire subito. Janus da danese ha una sua visione particolare, sotto alcuni aspetti è fiscale. Pablo mi sembrava un pazzo, saltava come una scimmia, è stato entusiasmante. Tre mondi completamente diversi, belli ma diversi.
Giuseppe De Domenico: Ogni regista mi ha dato degli input diversi. Mi sono affidato ad ognuno di loro per aggiungere delle sfumature. Io ho sempre visto Stefano Sollima come il grande creatore che ha sistemato tutta l'attrezzatura e ha fatto partire la miccia di questi giochi d'artificio, lui ha deciso quali erano i colori, qual era il disegno, poi c'è la traccia più lineare e nordica di Janus, fino all'esplosione finale di Pablo. Un'esperienza ogni volta unica.

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